RAGAZZI DENTRO
Osservatorio sugli Istituti Penali per Minorenni
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I NUMERI DEGLI IPM. IL CARCERE COME EXTREMA RATIO

Il sistema della giustizia minorile italiano, nella sua struttura attuale, e mentre ne attendiamo la riforma, presenta aspetti di grande interesse per chi come noi è attento al tema dei diritti e delle garanzie nel sistema penale. A cominciare dal processo penale stesso, interamente ridisegnato dal DPR 448/88 attorno all’interesse prevalente dell’imputato, in questo caso minore, per proseguire con il sistema delle misure di comunità, che ne includono una radicale ed innovativa (nonché di notevole successo, come illustrato altrove in questo rapporto) come la messa alla prova, prevista dall’art. 28 del nuovo codice, e che solo recentemente e parzialmente è stata estesa agli adulti. 
Ma è di grande interesse anche la pluralità dei luoghi di limitazione della libertà previsti dal sistema, che prevede i Centri di prima accoglienza, strutture che hanno lo scopo limitare il più possibile l’impatto con il carcere, ed il sistema delle Comunità ministeriali e private, che ogni giorno ospitano più del triplo dei ragazzi ospitati negli Istituti penali per i minorenni. E, solo infine, appunto, gli Ipm. 
Al di là dei molti aspetti qualitativi, c’è però anche un dato quantitativo assai importante e che metteremo al centro di questa riflessione, ovvero quello della residualità del ricorso al carcere. Nel sistema della giustizia penale minorile infatti, assai più che in quello degli adulti, si dice che il carcere sia extrema ratio, misura di ultima istanza a cui si ricorre solo quando ogni altra strada è preclusa. 
 
Gli Ipm come extrema ratio
Questa tesi pare confermata dai numeri che, come si vede sotto, ormai dalla metà degli anni ’80 si aggirano attorno alle 500 presenze. 
 

 
E come mostra il grafico che segue l’andamento è rimasto immutato anche in tempi più recenti. 
 
 
In particolare al 15 novembre 2017 erano 452 ragazzi. Le ragazze erano 34, l'8%, gli stranieri 200, il 44%. I minorenni erano il 42%, i maggiorenni il 58%.
Tra i presenti più dell’80% dei minorenni era in custodia cautelare, mentre lo era solo il 24% dei giovani adulti. La media era del 48,2%. 
Guardando agli ingressi del primo semestre del 2017, le nazionalità straniere più rappresentate erano quelle dei minori provenienti dalla Romania (48 ingressi) e dal Marocco (36).  
Sotto un grafico che presenta la situazione attuale degli Ipm italiani. 
 
 
Tutto questo però non dà la misura di quanto il ricorso al carcere sia effettivamente residuale (potrebbero essere pochi i reati, o pochi i minori…) e in ogni caso di quanto lo sia in rapporto alla detenzione degli adulti. 
Per provare a misurare la ratio del ricorso al carcere abbiamo quindi tentato una comparazione appunto tra il sistema dei minori e quello degli adulti, mettendo a confronto i numeri delle segnalazioni all’autorità giudiziaria di minori e adulti, i numeri delle condanne nello stesso periodo, ed in fine i numeri degli ingressi in carcere.  
 
 
La curva sopra mostra come per gli adulti, rispetto alle segnalazioni all’autorità giudiziaria (che rappresentano nel grafico il 100%), le condanne nello stesso anno siano circa un quarto, e gli ingressi in carcere siano compresi tra un decimo ed un ventesimo. Si tenga però presente che per gli adulti, dal 2015, il numero degli ingressi in carcere è tornato a crescere per la prima volta dal 2008, e dunque è verosimile che in futuro la curva degli ingressi torni a virare verso l’alto. Tra il 1992 ed il 2008 il numero degli ingressi in carcere ogni anno è stato all’incirca il doppio di quello del 2015, e se si dovesse tornare a quei numeri è molto plausibile che il rapporto tra segnalazioni all’autorità giudiziaria ed ingressi in carcere torni rapidamente sopra il 10%. 
Disponiamo di dati comparabili relativi ai minori per un periodo più limitato, ma come si vede sotto il quadro che ne viene fuori è comunque significativo. 
 
 
Il numero dei condannati ogni anno è circa un decimo dei segnalati, un dato decisamente inferiore rispetto a quello degli adulti, mentre quello di chi entra in Ipm è stabilmente inferiore al ventesimo. Il sistema della giustizia minorile parrebbe dunque impegnato a fare anche della condanna penale una extrema ratio, probabilmente anche grazie all’introduzione dell’istituto della messa alla prova che citavamo sopra. 
Per gli ingressi in carcere la distanza tra adulti e minori è assai inferiore rispetto a quella che riguarda le condanne. Le proporzioni sono al momento addirittura comparabili ma, come abbiamo detto, il 2015 è stato purtroppo l’anno in cui è giunta a conclusione una stagione da questo punto di vista felice. Per gli adulti adesso “torna il carcere”, come recita il titolo dell’ultimo rapporto di Antigone sul sistema penitenziario. Per i minori fortunatamente non è così, ma i dati illustrati sopra mostrano come in generale il ricorso alla condanna penale prima, ed alla detenzione poi, sia comunque per i minori più infrequente che per gli adulti.
 
Ragazzi fuori e ragazzi dentro
Per proseguire il nostro ragionamento sulla residualità del ricorso al carcere per i minori abbandoniamo a questo punto il riferimento alle segnalazioni all’autorità giudiziaria, un dato che purtroppo non può essere disaggregato rispetto ad indicatori per noi assai importanti, e spostiamo il piano della comparazione non più tra Ipm e segnalazioni, ma tra i ragazzi in Ipm ed i minorenni e giovani adulti in carico agli Uffici di servizio sociale per i minorenni. Come è chiaro solo una parte di costoro è detenuta, ma come differiscono questi due gruppi? Cosa hanno di diverso i ragazzi in Ipm rispetto al complesso dei giovani in carico agli Ussm?
Un primo indicatore di enorme interesse è quello relativo alla nazionalità. Vi accenneremo però solo brevemente visto che, data la rilevanza del tema, in questo rapporto gli è stato dedicato un capitolo a parte. 
 
 
In maniera molto schematica possiamo però dire che, come si intuisce dal grafico sopra, tra i giovani in carico ai nostri Ussm gli stranieri sono da tempo una percentuale che si aggira intorno al 20%. Come si comprende facilmente dal grafico che segue la situazione per gli Ipm è molto diversa e gli stranieri da qualche anno addirittura superano il 50% degli ingressi. 
 
 
Come detto il tema verrà analizzato nel dettaglio altrove in questo rapporto, ma appare già evidente una prima differenziazione, peraltro già più volte denunciata, ovvero la sovrarappresentazione degli stranieri, nell’ambito del sistema della giustizia minorile, nelle misure in cui è maggiore la limitazione della libertà, e dunque e soprattutto in carcere. 
I dati visualizzati sopra consentono inoltre una comparazione per genere anche questa molto interessante. Nell’intervallo considerato (2007-2016) tra i minori ed i giovani adulti in carico agli Ussm le ragazze erano in media l’11%. Chi scrive si sarebbe aspettato che tra quante entrano in Ipm fossero assai meno, come accade per gli adulti, immaginando che lo sforzo per evitare il ricorso al carcere per le ragazze fosse ancora maggiore che per i ragazzi, quanto meno a giudicare dai numeri davvero risicatissimi. In effetti si scopre l’esatto contrario, ovvero che, sempre in media nel periodo considerato, la percentuale delle ragazze tra quanti entrano in Ipm è leggermente più alta, del 12%. La cosa può stupire, ma lo fa già meno se si considera la provenienza geografica delle ragazze detenute, che solitamente sono per tre quarti straniere.
Insomma, le ragazze vanno “molto” in carcere probabilmente non perché sono ragazze, ma perché sono prevalentemente straniere, e come detto più volte la nazionalità resta il criterio di maggior rilievo per capire chi sono coloro ai quali è riservata l’extrema ratio del passaggio in Ipm.
I ragazzi in carico agli Ussm e quelli in Ipm non differiscono però ovviamente solo per la nazionalità. Altro notevole elemento di differenziazione è prevedibilmente l’età. 
 
 
Come si vede sopra i ragazzi in carico agli Ussm sono prevalentemente minorenni, e la distribuzione tra maggiorenni e minorenni è peraltro piuttosto omogenea anche tra i diversi gruppi delle ragazze e degli stranieri rispetto al totale. Come si immagina, quando si guarda alla composizione della popolazione detenuta, il quadro cambia. 
 
 
Tra le ragazze detenute le minorenni rappresentano circa il 60%, dunque assai meno che tra quelle in carico agli Ussm, ma per gli altri gruppi la differenza è ancora maggiore. Tra gli Italiani, che sono comunque maggioranza tra i presenti, i minorenni sono minoranza e i giovani adulti sono il 65%, portando la media complessiva di questi ultimi al 58%. I ragazzi in Ipm dunque sono mediamente molto più grandi di quelli in carico agli Ussm. 
Peraltro, dall’agosto del 2014, i ragazzi in Ipm sono anche più grandi di prima. La legge 11 agosto 2014, n. 117, ha previsto che la detenzione in Ipm , come tutti i provvedimenti limitativi della libertà personale previsti dal sistema della giustizia penale minorile, si possa eseguire, per chi ha commesso il reato da minorenne, non più fino al ventunesimo anno di età, ma fino al venticinquesimo. L’impatto sull’età media dei ragazzi in Ipm è stato significativo, anche se non epocale. Al 31 dicembre 2013, dunque prima dell’entrata in vigore del nuovo regime, i giovani adulti erano il 63% degli italiani, il 41% degli stranieri ed il 53% del totale, che oggi è al 58%. Una differenza significativa dunque, ma che è poca cosa rispetto allo scarto che comunque già c’era tra i ragazzi in carico agli Ussm e quelli che entrano in Ipm. I secondi sono decisamente più grandi dei primi. 
Cosa giustifica questa differenza enorme? Due ipotesi di spiegazione vengono subito in mente. La prima è che, tra l’impatto con il sistema della giustizia minorile ed il passaggio in Ipm, debba trascorre del tempo per lo svolgimento del processo. L’età più avanzata dei ragazzi in Ipm si potrebbe dunque spiegare col fatto che hanno atteso tempo per la definizione della loro situazione.
Questo in parte è probabilmente vero, ma va comunque tenuto presente che l’Ipm non è solo il luogo di esecuzione delle pene detentive. Come sappiamo in Ipm ci si va anche in custodia cautelare, ed anzi tra i ragazzi in Ipm quelli in custodia cautelare sono percentualmente assai più che tra gli adulti. 
 
   
Come si vede sopra in media quasi la metà dei ragazzi in Ipm è in custodia cautelare, e lo scarto in base all’età è enorme. Più dell’80% dei minorenni è in custodia cautelare, mentre lo è solo il 24% dei giovani adulti. Questo consente di riformulare, senza metterla in discussione, l’ipotesi fatta sopra: se i detenuti sono decisamente più grandi della media dei ragazzi in carico agli Ussm, questo è vero soprattutto per quelli che scontano una condanna definitiva, assai meno per quelli in custodia cautelare. L’età più elevata dunque può probabilmente in parte essere spiegata con l’attesa dei tempi processuali, anche se più avanti proveremo a fare anche un’altra ipotesi. 
Altra differenza che si immagina ci possa essere tra i ragazzi e le ragazze in carico agli Ussm e quelli detenuti in Ipm è quella legata alla gravità del reato per cui sono accusati o condannati. Ci si aspetta infatti che, se il ricorso al carcere deve essere residuale, questo sia limitato ai fatti più gravi. In effetti non abbiamo dati di dettaglio per fare questa comparazione, ma possiamo affidarci ad un indicatore di massima, che è quello della tipologia dei reati commessi. 
 
 
Sopra sono presentati i reati di minorenni e giovani adulti in carico agli Ussm in base alla categoria del reato stesso. Come si vede c’è una assoluta prevalenza di reati contro il patrimonio, in particolare per gli stranieri, mentre sono assai meno, ancora in particolare per gli stranieri, i reati contro la persona e quelli per la violazione della legge sulle droghe. Dire che i primi siano meno gravi degli altri è chiaramente una generalizzazione, e infatti certi gravi reati contro il patrimonio sono puniti più severamente di alcuni reati contro la persona, ma si tratta di una generalizzazione comunque utile, sia per evidenziare come gli stranieri vengano generalmente in contatto con il sistema della giustizia penale minorile per fatti presumibilmente meno gravi rispetto agli italiani, e soprattutto per confrontare il dato con lo stesso relativo alle persone che entrano in Ipm. 
 
 
Il confronto è sorprendente. La distribuzione dei reati è sostanzialmente la stessa, e semmai tra chi entra in carcere i reati contro il patrimonio sono addirittura più rappresentati che tra i ragazzi seguiti dagli Ussm, mentre quelli contro la persona lo sono meno. 
In pratica, apparentemente e nei grandi numeri, non sarebbe affatto la gravità del reato commesso a caratterizzare i ragazzi che passano dall’Ipm. 
Ricapitolando, dal confronto fatto fin qui con i ragazzi in carico agli Ussm, sembra di dover dedurre che il ricorso al carcere nel sistema della giustizia minorile italiana, certamente residuale, investa gli stranieri più che gli italiani, i giovani adulti più che i minorenni, sorprendentemente le ragazze più che i ragazzi, e altrettanto sorprendentemente, non riguarda necessariamente i fatti più gravi. 
Soprattutto il dato relativo agli stranieri da un lato, e quello relativo alla gravità del reato dall’altro, ma anche l’esperienza diretta di osservazione sul campo, spingono inevitabilmente a formulare una ipotesi diversa sul profilo che caratterizza, nell’ambito del sistema della giustizia minorile, chi passa dagli Ipm. Si tratta di una denuncia fatta altre volte, ma che qui possiamo riformulare alla luce di questi nuovi dati:
non è per la gravità del reato commesso che un ragazzo viene indirizzato verso gli Ipm, ma per la difficoltà a trovargli una collocazione in percorsi diversi dalla detenzione, difficoltà generalmente dovuta al profilo di radicale marginalità e fragilità sociale di chi alla fine arriverà in Ipm.
Lo sforzo che il sistema fa per evitare questo passaggio peraltro in parte può spiegare anche l’età elevata dei ragazzi in carcere. Spesso infatti questi ragazzi provengono da percorsi diversi dalla detenzione, raramente il carcere è la prima risposta che hanno incontrato, ma nel loro caso questi percorsi evidentemente non hanno dato buoni frutti. E nel frattempo il tempo passava ed i ragazzi diventavano appunto più grandi.  
La nostra comparazione con i ragazzi in carico agli Ussm si ferma per ora qui, ma a seguire descriveremo alcune altre caratteristiche dei ragazzi detenuti in Ipm ed alcuni aspetti della vita negli istituti. 
Per quanto riguarda la nazionalità dei ragazzi e delle ragazze straniere, invitiamo a fare riferimento al contributo sui minori stranieri. A seguire presentiamo invece alcuni dati relativi alla regione di provenienza dei ragazzi italiani detenuti in Ipm, limitati alle 4 regioni in questo caso più significative. 
 
 
Come si vede da sole Campania e Sicilia sono le regioni di provenienza da tempo di ben oltre la metà dei ragazzi italiani detenuti in Ipm. Quasi il 15% viene dalla Lombardia, poco più del 5% dal Lazio. Dalla Puglia l’8 novembre veniva il 4,4% dei ragazzi italiani, dalla Calabria il 3,6%, mentre le altre regioni sono molto meno rappresentate. Insomma, i ragazzi italiani arrivano in Ipm soprattutto dalle regioni del sud, e la loro collocazione negli istituti tendenzialmente ne rispecchia la provenienza. In ciascuno dei nostri Ipm infatti la maggior parte dei ragazzi italiani presenti viene dalla regione in cui l’istituto si trova. 
Un altro dato sorprendente riguarda il fenomeno della genitorialità. Nonostante la giovane età infatti, tra i 1.207 ragazzi presenti in Ipm all’inizio dell’anno, o entrati fino al 30 ottobre 2017, ben 49, il 4,1%, ha almeno un figlio, per un totale di 61 bambini. Se poi si restringe lo sguardo alle sole detenute il fenomeno si fa ancora più evidente nonostante, come abbiamo detto, in media le ragazze in Ipm siano più giovani dei ragazzi. Ciononostante delle 129 ragazze presenti in Ipm all’inizio dell’anno, o transitativi nel corso del 2017, ben 10, il 7,8%, sono state detenute con un figlio in Ipm.
Un dato certamente di non poco conto, che chiama gli Ipm al compito, sempre difficilissimo, di ridurre al minimo indispensabile la durata e l’impatto negativo della detenzione per i bambini, in questo caso minori due volte.
Un ultimo dato che vogliamo presentare è quello relativo agli eventi critici registrati negli istituti. Nonostante l’impegno profuso da tutto il sistema, ed i risultati che come abbiamo detto all’inizio non possono che essere giudicati positivamente, il momento della detenzione resta comunque un passaggio molto delicato sul quale è indispensabile concentrare l’attenzione. E gli eventi critici registrati sono altrettanti ineludibili campanelli d’allarme.
Nel corso del 2017, fino all’8 novembre, negli Ipm italiani si sono verificati 19 tentativi di suicidio, 80 atti di autolesionismo e sono state registrate 713 infrazioni.
La distribuzione di questi fenomeni peraltro è decisamente irregolare. Se i gesti di autolesionismo sono stati in media 1,7 ogni 10 ragazzi, a Treviso sono stati ben 13 ogni 10 ragazzi, oltre 7 volte la media. Se le infrazioni registrate sono state in media 15,3 ogni 10 ragazzi, a Palermo sono state 29,4 ogni 10, quasi il doppio della media, e a Caltanissetta addirittura 40,6 ogni 10 ragazzi, quasi il triplo. 
Questi dati ricordano come sia sempre indispensabile una attenta e consapevole attività di monitoraggio dei luoghi di detenzione, attività che Antigone in questi anni ha provato a fare e della quale si dà conto in altre sezioni di questo rapporto. Fintanto infatti che lo sforzo di residualizzazione del carcere non giungerà al suo estremo, facendo sparire gli Ipm, questi resteranno al loro posto, caratterizzati peraltro dal paradosso ineludibile e crudele che consegue all’idea della detenzione come extrema ratio. Più infatti si cerca di evitare il ricorso al carcere, tanto per i minori quanto per gli adulti, più i casi che alla fine in carcere ci finiscono saranno casi “difficili”. Quanto più il carcere è residuale tanto più è difficile la missione a cui è sempre e comunque chiamato: il rispetto della Costituzione e del mandato rieducativo che questa attribuisce alla pena. 
Tanto più nel caso dei minori.