RAGAZZI DENTRO
Osservatorio sugli Istituti Penali per Minorenni
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PREFAZIONE

di Susanna Marietti, Alessio Scandurra

Guardiamo oltre. Ma oltre dove? Oltre tutto quello che la giustizia penale minorile italiana ha saputo fare negli ultimi tre decenni, oltre gli indiscutibili successi, oltre quel residuo di carcere che pur esiste e che racchiude quel nocciolo di fallimento per cui non è stato possibile trovare percorsi alternativi alla detenzione.

In questo Rapporto dedicato ai ragazzi detenuti e alle ragazze detenute negli Istituti Penali per Minorenni italiani manca la notizia clamorosa, quella che da sola condiziona l’indagine, ne caratterizza i contenuti e attira l’attenzione dei non addetti al settore. Manca la denuncia di una qualche condizione drammatica. Nel 2018 celebreremo i trent’anni dall’entrata in vigore del Codice di Procedura Penale minorile. Fu quella una grande intuizione. Produsse una decostruzione del modello processuale tradizionale e delle sue regole, delle sue formalità, dei suoi tempi. Venne elaborato un modello di giustizia non monolitico, nella consapevolezza che, nei confronti di ragazzi in via di formazione e di crescita, c’è bisogno di elasticità, dinamicità, flessibilità. Al mito della verità processuale è stato sovrapposto l’obiettivo, di derivazione internazionale, dell’interesse superiore del minore. Così la carcerazione è stata ridotta a ipotesi ultima e i numeri non sono mai cresciuti al punto di destare allarme, come è accaduto invece per gli adulti.

Ma possiamo tuttavia guardare oltre. E anzi, dopo trent’anni, diventa necessario farlo. Oggi c’è una grande occasione: la riforma delle regole di vita interna agli Ipm, per troppo tempo assimilate a quelle delle carceri per adulti. Era il lontano 1975 quando, in una norma transitoria, il legislatore previde che le regole carcerarie per gli adulti sarebbero state applicate ai minori fino al momento dell’approvazione di un Ordinamento Penitenziario specifico per questi ultimi. Ci auguriamo che nelle settimane successive alla pubblicazione di questo Rapporto si arrivi finalmente a tale obiettivo, con norme realmente ispirate alla sola vocazione educativa, così come proposto dal Tavolo 5 degli Stati Generali dell’esecuzione penale voluti dal Ministero della Giustizia, al quale abbiamo attivamente partecipato.

Guardare oltre significa insistere nel seguire una via non reclusiva e non procedimentale. I numeri bassi delle persone in custodia consentono sperimentazioni avanzate, modelli di gestione comunitaria, senza tentazioni di tipo disciplinare e repressivo. Siamo coscienti di come non sia facile gestire ragazzi e ragazze che hanno cumulato esperienze dure, tragiche, violente. Ma nessuno di loro va lasciato senza speranza. Per ottenere questo risultato ci vogliono le norme, ma ci vuole anche altro personale, ci vogliono spazi fisici che non siano modellati sulle forme delle prigioni per gli adulti.

Guardare oltre significa non accontentarsi dei risultati conseguiti – che comunque fanno della giustizia minorile italiana qualcosa di cui vantarsi a livello internazionale – e continuare a spingere con forza verso un più profondo cambio di paradigma. Significa trovare strategie sociali per offrire opportunità diverse dal carcere anche ai troppi ragazzi stranieri oggi detenuti che mancano di qualsiasi rete parentale di sostegno. Significa non limitarsi a giocare in difesa, di sola resistenza, con chi auspica una capriola all’indietro del sistema, ma piuttosto guardare in avanti.

Si pensi al tema della responsabilità penale e a coloro che ciclicamente vorrebbero che venisse abbassata. Il mondo su questo ha fatto tante scelte differenti. A fronte dei quattordici anni dell’Italia, ci sono gli undici della Turchia, i dieci dell’Irlanda del Nord, i nove delle Filippine, gli otto della Scozia e addirittura i sette della Thailandia o dell’Iran. E poi c’è la Finlandia, che ha deciso invece che si risponde penalmente delle proprie azioni a partire dai quindici anni, o l’Argentina che ha messo la soglia ai sedici, o addirittura il Brasile che ha scelto i diciotto.

E allora noi guardiamo sempre oltre. Verso modelli penali più educativi, più comprensivi e meno inutilmente repressivi.