RAGAZZI DENTRO
Osservatorio sugli Istituti Penali per Minorenni
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TRENT’ANNI DI MESSA ALLA PROVA

Sono trascorsi poco meno di trent’anni dall’ingresso della ‘messa alla prova’ nell’ordinamento penale minorile italiano. L’istituto della sospensione del processo e della relativa messa alla prova ha costituito una delle innovazioni giuridiche e culturali che più hanno caratterizzato in senso non repressivo e custodiale la giustizia minorile. È stata un’intuizione di tipo non formale che ha permeato di sostanzialismo anti-punitivo una giustizia che nel nome della legalità è invece troppo spesso standardizzata. Il legislatore, valutando positivamente il suo impatto nella più contenuta giustizia per ragazzi, ha di recente provato a estenderne la portata anche nella più articolata, complessa, lenta e affaticata giustizia per adulti.
Il reato, quale rottura del patto sociale, con ‘la messa alla prova’ ha perso la sua sacralità. Alla ricerca della verità e dell’individuazione del colpevole a tutti i costi, si è sostituita una diversa esigenza, ossia quella di ridurre al minimo i danni personali e sociali prodotti dal crimine commesso.  
La ‘messa alla prova’ nel contesto minorile assomiglia più a una misura di welfare che non a una misura penologica classica. Così è stata interpretata da varie generazioni di assistenti sociali, giudici, operatori della giustizia, educatori di comunità. Come tutte le misure di welfare non sempre e non dappertutto mantiene la sua promessa originaria. Talvolta è stata utilizzata in modo meno enfatico, ma pur sempre utile, quale mera misura deflattiva in tribunali troppo pieni di cause. Va ricordato che la giustizia, anche quella minorile, subisce i condizionamenti prodotti da uno staff numericamente non adeguato ai bisogni di una misura non convenzionale.
Trent’anni non son pochi. La ‘messa alla prova’ ha evitato lo stigma del processo penale e della condanna a decine di migliaia di ragazzi.
L’articolo 28 del Dpr 448 del 1988 prevede quanto segue: “1. Il giudice, sentite le parti, può disporre con ordinanza la sospensione del processo quando ritiene di dover valutare la personalità del minorenne all’esito della prova disposta a norma del comma 2. Il processo è sospeso per un periodo non superiore a tre anni quando si procede per reati per i quali è prevista la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel massimo a dodici anni; negli altri casi, per un periodo non superiore a un anno. Durante tale periodo è sospeso il corso della prescrizione. 2. Con l’ordinanza di sospensione il giudice affida il minorenne ai servizi minorili dell’amministrazione della giustizia per lo svolgimento, anche in collaborazione con i servizi locali, delle opportune attività di osservazione, trattamento e sostegno. Con il medesimo provvedimento il giudice può impartire prescrizioni dirette a riparare le conseguenze del reato e a promuovere la conciliazione del minorenne con la persona offesa dal reato. 3. Contro l’ordinanza possono ricorrere per cassazione il pubblico ministero, l’imputato e il suo difensore. 4. La sospensione non può essere disposta se l’imputato chiede il giudizio abbreviato o il giudizio immediato. 5. La sospensione è revocata in caso di ripetute e gravi trasgressioni alle prescrizioni imposte». Il successivo articolo 29 prevede che: «1. Decorso il periodo di sospensione, il giudice fissa una nuova udienza nella quale dichiara con sentenza estinto il reato se, tenuto conto del comportamento del minorenne e della evoluzione della sua personalità, ritiene che la prova abbia dato esito positivo. Altrimenti provvede a norma degli articoli 32 e 33». Ai sensi dell’articolo 27 del decreto legislativo 272 del 1989 si specifica  al secondo comma che: «Il progetto di intervento deve prevedere tra l’altro:  a) le modalità di coinvolgimento del minorenne, del suo nucleo familiare e del suo ambiente di vita; b) gli impegni specifici che il minorenne assume; c) le modalità di partecipazione al progetto degli operatori della giustizia e dell’ente locale; d) le modalità di attuazione eventualmente dirette a riparare le conseguenze del reato e a promuovere la conciliazione del minorenne con la persona offesa”. 
La valutazione della personalità del minorenne non è un’operazione semplice. Ed è allo stesso tempo una valutazione di grande responsabilità visto che da essa dipendono conseguenze penalmente rilevanti e finanche la vita futura di un giovane adolescente. Come tutte le misure di welfare la messa alla prova può declinare verso progetti di tipo assistenzialistico. Molto dipende dalle risorse umane ed economiche a supporto. La ‘messa alla prova’ richiede tutoraggio sociale. 
In prospettiva l’ideale sarebbe costruire un modello dove vi sia un rapporto numerico quasi paritario tra operatori e ragazzi. Non è una follia pensarlo. Di fronte a una richiesta di maggiore disponibilità di operatori socio-sanitari o giuridici si usa dire che non vi sono fondi. È una visione cieca e priva di profondità prospettica. I costi finanziari, umani e sociali del sistema carcerario nel medio e lungo termine sono infinitamente più alti rispetto a quelli dati da investimenti su misure di responsabilità dirette alla valorizzazione individuale e sociale. 
Una storia trentennale come quella della messa alla prova meriterebbe un’indagine approfondita su come essa ha funzionato, sui punti critici, le potenzialità, i bisogni. Dal punto di vista più strettamente socio-criminale dovrebbero essere accuratamente indagate le biografie e le storie di vita dei ragazzi e delle ragazze che dal 1989 hanno ottenuto la sospensione del processo penale e la messa alla prova. Andrebbe conosciuta nel dettaglio la recidiva infra e ultra quinquennale di tutti coloro che hanno intrapreso questo percorso al fine di comparare i dati con quelli che hanno subito l’esperienza della carcerazione a parità di crimine commesso. In tal modo meglio si potrebbe argomentare nelle risposte alle seguenti domande: la messa alla prova paga in termini di prevenzione? Quanto influisce sullo stile di vita dei ragazzi coinvolti e delle loro famiglie? Quanto contano la difesa tecnica, la famiglia, il contesto territoriale e sociale nel buon andamento della misura? 
Andrebbero analizzati inoltre dati intorno allo staff (la quantità, la multi-disciplinarietà, le capacità linguistiche e comunicative, l’età, il genere), ai protocolli educativi e tutoriali utilizzati, ai sistemi di controllo sociale e di polizia.
Gli attori della messa alla prova escono dal consueto sistema della sicurezza e della giustizia. È questo il tipico terreno dove dovrebbero essere sperimentate forme sinergiche di lavoro tra i servizi sociali della giustizia e quelli degli enti locali, superando tentazioni fordiste di divisione temporale del lavoro e della presa in carico, come se la persona tra il giorno ‘x’ (in esecuzione di misura penale) e il giorno ‘y’ (a misura conclusa positivamente) non fosse la stessa. 
In soli 84 casi su 3.757 nel 2016, il ministero della Giustizia, attraverso i servizi sociali della giustizia minorile, ha deciso di non chiedere aiuto a nessuno e di fare da sé senza l’ausilio di altri soggetti per la gestione della misura. In ben 3.673 casi il progetto è stato gestito con altri enti, evidenziando la propria non auto-sufficienza. Partendo da questo dato bisogna ragionare per costruire un modello che non lasci buchi di analisi, indagine, sostegno, operatività, supervisione. In ben 3.023 progetti di messi alla prova ha partecipato il terzo settore attraverso associazioni o cooperative. Dunque il privato sociale è oggi un attore positivo e decisivo della giustizia minorile. Ancora troppo poco significativo è il coinvolgimento della scuola pubblica nonostante molti dei ragazzi coinvolti siano in età scolare obbligatoria o lì nei dintorni. In soli 596 casi la scuola ha avuto un ruolo nel progetto. 
Tra il 1992 e il 2016 l’andamento nella concessione delle misure è sempre, più o meno, stato crescente, passando dai 788 provvedimenti di sospensione del processo per messa alla prova nel 1992 fino ai 3.757 casi del 2016. Una crescita di quasi cinque volte che avrebbe dovuto comportare una crescita corrispondente del personale di giustizia e dei servizi sociali, cosa non accaduta. Anzi si è assistito a un progressivo dimagrimento dello staff mentre cresceva il numero dei ragazzi da supervisionare. 
In troppi casi (2.739), forse, il progetto consiste in generiche attività di volontariato, che potrebbero nascondere l’assenza di scuola, lavoro, sport agonistico (che impegna pochissimi ragazzi nonostante abbia grandi potenzialità educative e responsabilizzanti). Questo è probabilmente esito di un’Italia ancora disomogenea dove, non dappertutto allo stesso modo, gli enti territoriali, i distretti scolastici, le agenzie di collocamento professionale e lavorativo sono pienamente operativi tanto da divenire attori del progetto di messa alla prova. 
La sinergia degli attori è fondamentale anche alla luce della durata del provvedimento che può anche superare i due anni, seppur eccezionalmente (in 21 casi è durata più di 24 mesi di cui in 9 per ben tre anni). Comunque in 862 progetti la durata è stata nel 2016 pari a 12 mesi, un periodo lungo che potrebbe trasformarsi in un periodo decisivo in un momento delicato quale è quello della crescita in età adolescenziale o post-adolescenziale. Questa occasione non deve essere sprecata. La presa in carico del ragazzo durante la messa alla prova nei casi di reati ‘gravi’ contro la persona deve essere olistica, senza enfasi eccessive alla riparazione individuale del danno (che mette in gioco meccanismi ipocriti) ma con grande attenzione alla riconciliazione sociale e collettiva nonché al valore della non violenza nel vivere comunitario.
 

Nel decennio intercorrente tra il 1992 e il 2002 l’istituto della sospensione del procedimento con relativa messa alla prova è cresciuto al diminuire del numero dei ragazzi denunciati. Per effetto di ciò si è ridotta progressivamente la forbice tra il numero dei minori messi la messa alla prova e quelli sottoposti a ordinario procedimento penale, sempre secondo il rito previsto per minorenni. Il numero ridotto di denunce nei confronti di ragazzi e ragazze nel primo quindicennio di applicazione del nuovo codice di procedura per minorenni (1988-2002) è stato probabilmente l’effetto indiretto dell’entrata in vigore del codice stesso che perdeva la sua natura inquisitoria e metteva al centro i bisogni educativi e sociali dell’autore del reato. Seppur indirettamente, il nuovo codice aveva lanciato agli operatori della giustizia e della sicurezza un messaggio tranquillizzante. Così molte situazioni border-line riguardanti minori a rischio si sono fermate prima della loro presa in carico dal sistema della giustizia. L’intervento sociale veniva anticipato a qualche tempo prima rispetto alla denuncia. I successivi quindici anni di applicazione delle norme hanno evidenziato una contemporanea crescita dei provvedimenti di messa alla prova e di denunce nei confronti di minorenni autori di reati. La messa alla prova copriva, nel 2012, poco meno del 15% del totale delle denunce penali nei confronti di minorenni; secondo gli ultimissimi dati quasi il 18%.
Al quintuplicarsi dei procedimenti di messa alla prova, però, non è seguito un pari rafforzamento quantitativo del personale sociale e di giustizia che, nei numeri, non ha subito significative variazioni. Chiunque operi nel settore della giustizia minorile potrà confermare che la messa alla prova richiede un tutoraggio individuale affinché la misura non sia solo di natura deflattiva (che può anche andar bene ma per altri motivi) ma prioritariamente diretta a rafforzare il principio di responsabilità, alla base del quale vi è la maturazione del ragazzo e la sua emancipazione da modelli non legali di vita. Sono secondo i dati più recenti meno di 400 sono gli operatori sociali che operano negli Uffici di servizio sociale per i minorenni. Un numero del tutto insufficiente posto che debbono occuparsi anche di altro e non solo dei ragazzi messi alla prova. Un operatore deve seguire in media circa dieci casi di ragazzi messi alla prova. Il personale è prevalentemente femminile (92%). Dunque la professione di operatore sociale o pedagogico è prevalentemente femminile pur essendo i maschi il 93% di coloro che sono messi alla prova.
Nel 2016 i procedimenti di messa alla prova sono stati 3.757, seguiti da 387 operatori. Il rapporto tra numero di procedimenti e operatori era 10,3.
I ragazzi in età imputabile, ossia tra i quattordici e i diciotto anni, costituiscono circa il 4,5% della popolazione residente in Italia. 3.757 ragazzi da seguire non sono dunque un numero che dovrebbe minimamente impensierire i nostri servizi della giustizia e territoriali. Il punto è solo quello di costruire una risposta operativa che tenga conto delle biografie e delle nazionalità dei ragazzi sottoposti alla misura. Il 21% di essi non è italiano ma in Italia per essere dipendente pubblico non puoi avere il passaporto di un’altra nazionalità. Uno staff, invece, multi-nazionale favorirebbe la presa in carico dei ragazzi senza avere la costante necessità di rivolgersi a mediatori culturali o professionisti esterni.
La grande scommessa della messa alla prova riguarda gli autori di reati gravi ed in particolare di reati contro la persona o realizzati con l’uso delle armi. Ad esempio i 2 casi di ragazzi sottoposti a misura che hanno commesso omicidio volontario, i 120 per violenza sessuale o i 616 per rapina. La forza della messa alla prova è nel non avere limiti predefiniti alla sua concedibilità. Simmetricamente la sua debolezza potrebbe essere quella di funzionare prevalentemente per reati a scarso indice di offensività, rispetto ai quali ben si può legittimamente affermare la non necessità in assoluto dell’intervento penale.
Come detto, pur non avendo dati sulla recidiva da comparare rispetto ai ragazzi che subiscono un provvedimento restrittivo della libertà personale, è importante guardare all’esito finale della messa alla prova.
L’esito positivo finale della misura ha superato la percentuale dell’80% più o meno tutti gli anni, salvo rare eccezioni. È stata del’80,9% nel 2016. Percentuali alte che però al fine di diventare altissime, lasciando a un dato minimo fisiologico l’eventuale esito negativo, richiedono investimenti economici, nuovo personale (giovane, motivato, formato) che si affianchi a quello esistente, sostegno alla specificità della magistratura minorile che non va trattata come un minus o qualcosa da ridimensionare (anzi), regia unitaria che coinvolga tutti ma proprio tutti gli attori di un procedimento così delicato. 
La messa alla prova dopo trent’anni ha superato la prova delicata del suo essere utile al sistema della giustizia e dell’educazione in un paese che oggi vive un momento delicato, denso di pulsioni odiose, violente, razziste e vendicative.  Per non essere attaccata dai detrattori di una giustizia mite e socialmente utile, la messa alla prova va tolta dal cono d’ombra e messa al centro delle attenzioni istituzionali, assicurando risorse e idee nuove.