Dall’Unità agli Stati Generali dell’Esecuzione Penale

Introduzione
“Il problema dell’esecuzione penale a carico dei minori scaturisce dalla mancata adozione di un ordinamento penitenziario specifico, che presenta una sostanziale divergenza delle finalità del procedimento penale a carico dei minori rispetto a quelle degli adulti e confligge, peraltro, col dettato degli artt. 31, co. 2 e 27, co. 3 della Costituzione”.
Con questo incipit si apre uno deidocumenti allegati alla relazione finale prodotta dal Tavolo 14 – Esecuzione Penale: esperienze comparative e regole internazionali – degli Stati Generali dell’Esecuzione Penale. Il documento, dal titolo “Esecuzione penale nel procedimento minorile”, si riferisce a uno degli aspetti affrontati dal tavolo e cioè l’analisi dei regimi differenziati e dei circuiti di sicurezza in ragione delle diverse tipologie di soggetti detenuti. 
Gli Stati Generali dell’Esecuzione penale, che sono stati indetti dal Ministro della Giustizia Orlando nell’estate del 2015, pensati come momento di profonda e competente riflessione sul tema della pena, hanno avuto il compito di produrre indicazioni all’esecutivo che – di lì a poco – si sarebbe dovuto occupare di dare risposta alla delega per una riforma dell’ordinamento penitenziario ricevuta dal legislatore1. Il Tavolo 14 ha sottolineato come risulti essenziale un intervento di adeguamento dell’ordinamento penitenziario alla realtà minorile e questo non solo perché la legge sull’ordinamento penitenziario n. 354 del 1975 ha compiuto quarantadue anni, ma in quanto questa legge ormai risalente, all’epoca intervenne sulla materia minorile con una norma meramente transitoria, quella prevista all’art. 79 o.p.. Questa disposizione e i pochi altri riferimenti alla “giustizia dei ragazzi” disseminati in quel testo di legge, unitamente alle norme contenute nel D.P.R. 448/1988 sul nuovo codice di procedura penale minorile, inoltre risultano essere non al passo con gli impegni assunti dall’Italia in campo internazionale e comunitario; impegni di cui si parlerà oltre. Di più, così come rilevato dalla Corte Costituzionale – si veda la sentenza n.125 del 1992 -, queste norme risultano in contrasto con la nostra legge fondamentale. In modo particolare la Corte non ha ritenuto la disciplina penitenziaria di sostanziale parificazione tra adulti e minori in grado di assicurare né il recupero né il reinserimento sociale dei giovani condannati. E sono proprio le norme internazionali e comunitarie, unitamente al grande lavoro della Corte Costituzionale, ad aver innovato il sistema penale per minorenni in particolare per quanto attiene all’adeguamento delle norme penitenziarie e le esigenze educative dei reclusi minori.
Tuttavia nei workingpapers contenenti i materiali per la riforma si legge come non sembrino esservi – dato il tenore letterale della delega all’esecutivo – i margini per l’elaborazione di un autonomo ordinamento penitenziario minorile2; verrebbe da dire nemmeno questa volta vista l’elusione del tema anche nel 1975. Chiarito questo limite non da poco, gli esperti sembrano essere consapevoli della necessità di mettere al sicuro un “minimo”, individuato nell’affermazione di principi immediatamente riconoscibili e il più possibile indipendenti in questa materia. Queste norme minime, come fa notare Laura Cesaris sarebbero state già di fatto tracciate dagli interventi della Corte Costituzionale che si rifanno primariamente alle normative internazionali e comunitarie e che ribadiscono i principi di necessità, di proporzionalità e di individualizzazione.