Una zattera alla deriva. L’IPM Beccaria tra quotidianità e processo penale

Valeria Verdolini

Il pericolo non viene da quello che non conosciamo, ma da quello che crediamo sia vero e invece non lo è
Mark Twain, Le avventure di Huckleberry Finn 

Avevamo tutto quanto il cielo, lassù, scintillante di stelle, e ci mettevamo a guardarle sdraiati a terra, e discutevamo se le aveva fatte qualcuno o se erano venute fuori così, da sole, e secondo Jim le aveva fatte qualcuno, ma secondo me erano venute fuori da sole, perché pensavo che ci voleva troppo tempo per farne così tante. Jim allora diceva che era stata la luna a farle, e beh, la cosa mi sembrava abbastanza ragionevole, così non ribattevo niente, perché una volta avevo visto una rana fare talmente tante uova che naturalmente poteva essere andata a quel modo. Guardavamo anche le stelle cadenti, per vedere dove finivano. Per Jim erano stelle venute male che venivano buttate via dal nido. Mark Twain, Le avventure di Huckleberry Finn 

In Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain tutto comincia da uno sguardo giovane, e tutto è declinato attraverso la ricerca di senso dei ragazzi protagonisti.  Huck e Jim guardano il cielo e discutono senza l’ansia di avere ragione, provando a capire il mondo prima che il mondo venga loro spiegato definitivamente. È questo che rende il romanzo ancora oggi una lente potente per parlare di ragazzi, perché mostra le ragioni per cui scegliamo le cose della vita come uno spazio di interrogazione in cui le verità ereditate possono ancora essere messe in dubbio.

Huck è un ragazzo che “sbaglia” continuamente e tradisce le regole degli adulti, ma è proprio in questo scarto che emerge la sua capacità morale. Il romanzo dice, con grande anticipo, che crescere significa imparare a distinguere tra legge e giustizia, tra ciò che è imposto e ciò che è giusto. Parlare di Huckleberry Finn parlando di ragazzi in IPM, dell’IPM che ha narrato i fallimenti istituzionali e i tentativi ed errori di recupero del modello di detenzione minorile è necessario perché il libro racconta la disobbedienza come forma di pensiero, e riconosce che l’età giovane è un tempo in cui il mondo non è ancora completamente naturalizzato, e quindi possibile. 

Il cuore del romanzo vede la centralità dell’espediente narrativo della zattera. “Abbiamo deciso che non c’era un posto migliore della nostra zattera per sentirsi come a casa, dopo tutto. Negli altri posti c’è troppa gente e si soffoca, ma su una zattera no. Ti senti proprio libero e comodo e bene, su una zattera. “

La zattera, in questo senso, è uno spazio educativo minimo: fragile, provvisorio, ma abitabile. Un luogo in cui il vincolo non schiaccia e la libertà non travolge. Huck e Jim non vengono “rieducati” da un’istituzione, ma apprendono lungo il fiume, nel tempo lento, nell’errore, nella relazione. La zattera li sottrae alla violenza di un ordine che pretende obbedienza senza comprensione, la zattera è la possibilità di un traghettamento verso l’età adulta. La zattera rappresenta ciò che potrebbe essere la giustizia minorile oggi, e anche quanto sia andata alla deriva negli ultimi tre anni, partendo proprio da Milano. 

L’istituto e le presenze 

A quasi due anni dagli arresti legati alle vicende dell’IPM Beccaria e a due anni dall’ultimo rapporto, risulta ancora difficile tracciare un bilancio della situazione attuale, che resta sospesa tanto sul piano giudiziario quanto su quello gestionale.

Già due anni fa si constatava che la crisi dell’istituto non poteva essere ricondotta alla consueta retorica della mancanza di risorse. In un contesto urbano ricco come Milano, dove non sono mai mancate attività, una presenza significativa di volontari e investimenti crescenti, tali elementi si rivelavano inefficaci perché compressi da problemi strutturali e istituzionali profondi. L’istituto, un tempo considerato un modello della giustizia minorile, risultava allora segnato da una lunga e incompiuta stagione di ristrutturazioni, dall’assenza protratta di una direzione stabile e da gravi carenze organizzative e di personale, fattori che avevano progressivamente eroso la funzione stessa del trattamento.

Nel 2024 emergeva con chiarezza come l’aumento delle presenze e la concentrazione di minori, in larga parte stranieri non accompagnati e spesso in custodia cautelare, avessero trasformato l’IPM in uno spazio di gestione dell’emergenza metropolitana più che nell’extrema ratio prevista dall’ordinamento minorile. Questa composizione rendeva fragile ogni progettualità: le attività non risultavano accessibili a tutti, i percorsi apparivano frammentati e finivano per coinvolgere soprattutto i ragazzi già dotati di maggiori risorse personali, lasciando ai margini i più vulnerabili.

Oggi? A che punto siamo? Al 31 dicembre 2025, la popolazione complessiva detenuta negli IPM è pari a 572 persone. In questo quadro generale, Milano si distingue in modo netto, per specificità e criticità. Con 72 presenti complessivi, il Beccaria è tra gli istituti più affollati del Paese, secondo solo a Nisida. Ma ciò che colpisce non è soltanto il numero assoluto, quanto la composizione per età. La stragrande maggioranza dei presenti a Milano è concentrata nella fascia 16-17 anni (46 ragazzi), mentre risultano relativamente contenute sia le presenze dei più giovani (5 tra i 14 e i 15 anni) sia quelle dei giovani adulti (21 complessivi, di cui 19 tra i 18 e i 20 anni e 2 tra i 21 e i 24). Da notare che in questo IPM, non solo a causa del sovraffollamento, non c’è posto per separare gli alloggi degli adolescenti da quelli dei giovani adulti, e questo non aiuta né i ragazzi né gli operatori nel percorso di recupero. Milano appare quindi come un IPM fortemente specializzato nella detenzione di adolescenti in piena età scolare, cioè nella fase più delicata dal punto di vista evolutivo, educativo e relazionale e con una costante presenza di MSNA, che rappresentano 2/3 della popolazione presente. Tuttavia, nei contesti metropolitani come Milano, questo equilibrio numerico tende a tradursi in una pressione istituzionale particolarmente elevata, perché si sommano l’alta densità urbana, la presenza significativa di minori stranieri non accompagnati e una risposta giudiziaria che continua a privilegiare la custodia.

Ne emerge un’immagine coerente con quanto già osservato sui flussi e sulle presenze: l’IPM di Milano è chiamato a contenere prevalentemente adolescenti, in numero elevato e in modo stabile, senza che ciò sia accompagnato da un corrispondente investimento in termini educativi, scolastici e trattamentali. Il fatto che una struttura concepita per la temporaneità della misura e per la centralità del progetto educativo ospiti stabilmente decine di ragazzi tra i 16 e i 17 anni segnala una frattura profonda tra funzione dichiarata e funzione reale dell’istituzione.

La situazione dell’IPM Beccaria di Milano, letta alla luce dei dati sugli ingressi e sulle presenze nel 2025, restituisce l’immagine di una criticità strutturale e non contingente, che rende questo istituto un osservatorio privilegiato delle distorsioni del sistema penale minorile italiano. Con 237 ingressi complessivi nell’anno, Milano registra il valore più alto a livello nazionale. Questo dato, da solo, segnala una pressione costante e anomala e acquista un significato ancora più rilevante se messo in relazione con la presenza media giornaliera (71,8) e con il numero di presenti al 31 dicembre (72), quasi perfettamente coincidenti. La sostanziale sovrapposizione tra questi due valori indica l’assenza di reali dinamiche di deflusso: chi entra tende a restare, e il sistema non conosce momenti di alleggerimento, ma trasferisce costantemente, saturando anche gli altri istituti penali minorili. 

Milano si configura così come un vero e proprio hub penale, in cui convergono in modo stabile i flussi della giustizia minorile, in particolare quelli legati ai minori stranieri non accompagnati. Il dato sugli ingressi stabili, nettamente superiore a quello di qualsiasi altro IPM, mostra come il Beccaria sia la destinazione finale di una filiera giudiziaria urbana che privilegia la risposta custodiale. I trasferimenti da altri IPM risultano infatti limitati e non spiegano il sovraffollamento: la pressione sull’istituto è prodotta principalmente dal territorio stesso, dalle prassi della procura, dalla frequenza degli arresti e dalla debolezza delle alternative extra-murarie, anzi, alimenta i tentativi di decongestionamento con trasferimenti in uscita. Una presenza media elevata e costante nel tempo implica una compressione sistematica degli spazi, dei tempi educativi e delle relazioni, trasformando l’IPM in un dispositivo di contenimento più che in un luogo di trattamento. Il carcere minorile finisce così per svolgere una funzione di supplenza rispetto a un welfare urbano incapace di assorbire le fragilità sociali che attraversano la città, soprattutto quelle legate alla condizione migratoria e alla marginalità giovanile.

Il Beccaria diventa, in questo senso, un ammortizzatore sociale improprio: raccoglie ciò che il sistema dell’accoglienza, della scuola e dei servizi territoriali non riesce a sostenere, restituendo sotto forma di dato penale un fallimento che è anzitutto politico e istituzionale. Non si è dunque di fronte a un’emergenza temporanea, ma a una normalità stabilizzata, che produce numeri elevati, presenze stabili e ingressi continui, senza generare percorsi educativi credibili né un uso significativo delle misure alternative.

La lettura congiunta dei dati quantitativi e delle condizioni qualitative già documentate consente di affermare che Milano rappresenta un caso emblematico di funzionamento ordinario patologico del sistema penale minorile. Il Beccaria non è un’eccezione sfortunata, ma il luogo in cui si manifesta con maggiore evidenza una logica di gestione per accumulo, in cui la custodia diventa risposta automatica a problemi che il carcere non può, per sua natura, risolvere.

La lettura incrociata dei dati anagrafici, nazionali e di sede consente di precisare ulteriormente il profilo della detenzione minorile e giovanile e di collocare il caso milanese all’interno di una tendenza più ampia, ma con tratti di particolare intensità.

Le condizioni generali della struttura 

Quando abbiamo visitato l’istituto abbiamo trovato condizioni molto scadenti dell’edificio principale. Per far fronte alla carenza di posti, quasi tutte le sezioni detentive hanno celle con materassi a terra. Alcune celle in sezioni inagibili continuavano a essere utilizzate. Tutte le sale comuni sono vuote e inospitali. La maggior parte degli arredi è stata rimossa per prevenire atti vandalici. I letti sono fissati al pavimento. Quando sono necessari posti aggiuntivi, vengono collocati materassi sul pavimento, poiché i letti mobili sono considerati potenziali armi. 

Le sezioni detentive sono state ciclicamente danneggiate. Durante le nostre visite abbiamo potuto osservare come alcune sezioni distrutte siano mantenute come spazi di riserva per varie forme di isolamento. Per quanto riguarda le sezioni ordinarie, gli unici spazi comuni sono una sala mensa e una stanza con un divano per le telefonate. Diversi ragazzi hanno segnalato la mancanza di carta igienica e asciugamani. L’edificio principale ospita sei gruppi detentivi (a turno danneggiati o chiusi). Una sezione di trattamento avanzato è collocata in un edificio separato, dove le condizioni di detenzione sono nettamente migliori. Talvolta l’ex area femminile vicino all’infermeria viene utilizzata come spazio di riserva, nonostante non sia stata formalmente ristrutturata.

Le condizioni delle seguenti sezioni erano particolarmente critiche:

Sezione “Gruppo 4” – L’intera sezione necessita di ristrutturazione (due celle erano distrutte), ma continua a essere utilizzata per la carenza di posti.
Sezione “ex-seconda” – Qui abbiamo trovato tutti i ragazzi ancora addormentati a mezzogiorno, con le celle chiuse e le luci spente.
Sezione “ex-prima” – L’intera sezione è distrutta e abbandonata (celle bruciate, parti del soffitto scoperte) a seguito di alcuni eventi critici dello scorso agosto. Tuttavia, nonostante le condizioni terribili, la sezione continua a ospitare ragazzi in una minuscola cella con tre letti attaccati tra loro e un bagno senza porta (chiuso solo da un lenzuolo appeso). Al momento dell’ultima visita di Antigone, la cella ospitava tre ragazzi.

Infermeria – L’infermeria è stata recentemente ristrutturata. Le due celle, entrambe con un letto più un materasso a terra e servizi igienici alla turca, sono spesso impropriamente utilizzate per diverse forme di isolamento. Al momento dell’ultima visita, quattro ragazzi (con problemi psichiatrici o comportamenti autolesivi) erano qui rinchiusi per quasi tutta la giornata.

L’uso di psicofarmaci

Durante le ultime tre visite di Antigone, nell’arco degli ultimi 14 mesi, abbiamo riscontrato intere sezioni in cui i ragazzi erano chiusi in cella, sdraiati a letto con la luce spenta in pieno giorno. Alla domanda sul perché i ragazzi non fossero impegnati in attività e fossero ancora a letto a mezzogiorno, ci è stato risposto che “non vogliono alzarsi”, “amano fare tardi la notte”, “sono molto stanchi e rifiutano di partecipare alle attività per riposare”, “l’insegnante era assente, quindi restano a letto”. I pochi svegli apparivano sedati. Nel giugno 2024 abbiamo parlato con un direttore sanitario che ha dichiarato un uso molto limitato di farmaci e psicofarmaci. Tuttavia, il racconto risultava fortemente contraddittorio, non solo perché si parlava di compravendita di farmaci e di policonsumo tra i ragazzi, ma anche perché l’ambulatorio medico mostrava scorte visibili e abbondanti di benzodiazepine (Rivotril, Valium, alprazolam, lorazepam) sugli scaffali. La situazione gravissima dell’estate 2024, caratterizzata anche dall’assoluta assenza di ogni tipo di attività alternativa alla permanenza in IPM, ha peggiorato sia la farmacodipendenza che le dinamiche di richiesta (su questo tema si veda l’inchiesta di Altreconomia).

Gli eventi critici

Dopo gli eventi che hanno caratterizzato l’avviamento del procedimento giudiziario (vedi paragrafo successivo) nel triennio post-pandemico 2021-2024, e l’anno orribile del post-trauma dopo gli arresti dell’aprile 2024, l’ultimo anno e mezzo ha visto un rallentamento generale degli eventi critici, che però sono rimasti costanti. La dimensione di trauma e sofferenza che tali arresti hanno prodotto per il Beccaria, per i ragazzi ristretti e per le loro famiglie è una frattura che richiede tempo e forse l’esito delle vicende giudiziarie per essere sanata. 

Il 30 maggio 2024 c’è stata una protesta accesa, al momento a processo come “rivolta”. Nessuno, né ragazzi, né agenti, è rimasto ferito. Tutti sono rientrati nelle celle. Le ragioni specifiche delle tensioni che hanno prodotto la conflittualità non credo siano così centrali (forse un controllo cinofilo, forse una misura disciplinare o entrambe). Inoltre, non sono certa che si possa chiamare “rivolta” quanto avvenuto.

Il 30 agosto 2024 e l’8 settembre 2024 ci sono state due evasioni ma i ragazzi sono stati ritrovati.

Il 25 marzo 2025 si è registrata una protesta dei ragazzi, che hanno dato fuoco ai materassi. La protesta inizia quando due giovani detenuti scoprono che a breve saranno trasferiti. Destinazione: penitenziario di Catania. Ai ragazzi si uniscono alcuni reclusi nello stesso reparto. Una protesta che è finita nel giro di un’ora. Alla fine restano solo le grida dei detenuti e i colpi di bastone sulle inferriate verdi del carcere. «Andate via», urlano.

Il 13 ottobre 2025, un ragazzo di soli 16 anni, tossicodipendente seguito dal Ser.D., ha cercato di togliersi la vita. Il giovane è stato salvato da due agenti della polizia penitenziaria della struttura.

In generale, in assenza di grandi disordini che attualmente non si riscontrano, i vari litigi, i piccoli atti di distruzione di oggetti che sono all’ordine del giorno vengono gestiti con spostamenti di gruppo, isolamento, trasferimenti.

Il processo

Ecco com’è che vanno le cose: uno fa qualcosa di brutto, e poi non gli va di pagarne conseguenze. Dicono che, finché riesci a nasconderlo, non ti capita niente di male. 
Mark Twain, Le avventure di Huckleberry Finn 

Il 22 aprile 2024 la GIP ha disposto le misure cautelari per 13 agenti assieme ad altri 8 colleghi per i presunti fatti avvenuti nell’IPM Beccaria tra il 18 novembre 2022 e il 19 marzo 2024, su spinta della denuncia del Garante dei Diritti delle persone private della libertà del Comune di Milano e di alcune operatrici.

L’ordinanza di custodia cautelare aveva individuato otto differenti episodi di violenza, agiti su otto ragazzi, spesso dallo stesso gruppo di agenti di polizia penitenziaria. I capi d’accusa erano tanti e gravissimi: tortura, lesioni aggravate, falso ideologico (per aver costruito rapporti falsi sugli eventi) e in un caso anche tentata violenza sessuale. I racconti dei testimoni hanno riferito di pestaggi, ferite ai genitali, ragazzi lasciati nudi per giorni in isolamento. In tutti i casi sono contestate due aggravanti: la crudeltà e la minore età delle vittime. Secondo la PM si è trattato di una vera e propria “tortura”. Sono fatti che, se venissero confermati in sede processuale, rappresenterebbero eventi di una gravità inaudita. Lo sarebbero di per sé, ma assumerebbero connotati ancora più tragici perché avvenuti in custodia dello Stato.

L’8 agosto 2025 la PM ha inviato avvisi di garanzia per 42 indagati che ricoprono ruoli differenti all’interno dell’istituto: agenti, medici, infermieri, operatori, tre persone tra direttrici e ex direttrici. Tale informazione di garanzia non solo ha ampliato il numero di indagati ma anche ampliato il numero dei ragazzi individuati come parti offese, passati da 8 a 33 e l’estensione temporale dei fatti, che risale al 21 aprile 2021, raccontando quindi quasi tre anni di presunte violenze ininterrotte in istituto. Tra gli aspetti più interessanti, gli atti raccontano di una forma sistemica di maltrattamenti, agita dagli stessi attori istituzionali nei confronti dei ragazzi. 

Il 30 ottobre 2025 davanti al GIP di Milano si è tenuta la prima udienza di incidente probatorio per il processo a carico di 42 operatori penitenziari. 

In tale udienza l’associazione Antigone ha chiesto di prendere parte al processo come parte offesa. 

Il 19 dicembre 2025 si è svolta la seconda udienza dell’incidente probatorio nell’ambito del procedimento per le violenze all’IPM Beccaria, che vede contestati molteplici reati quali maltrattamenti, violenze, lesioni, falsi e tortura da parte di 42 indagati, che ricoprivano tutte le posizioni apicali e di servizio nell’istituto nel periodo intercorso tra il mese di novembre 2021 fino a marzo 2024. Nel corso dell’udienza, è stata sollevata la questione preliminare della costituzione dell’Associazione Antigone Onlus come parte offesa. La GIP ha accolto la partecipazione con le seguenti argomentazioni: il giudice rileva che l’art. 91 del CPP estende i diritti delle persone offese agli enti a condizione che gli enti abbiano rappresentatività effettiva e antecedente. E Antigone Onlus soddisfa entrambi i criteri sia a livello statutario che di effettiva rappresentanza e pertanto ammette la partecipazione ai sensi degli artt. 90, 91 e ss. 

Pur confidando nella giustizia, e consapevole che siamo ancora nella fase delle indagini preliminari  (quindi ogni conclusione sarebbe prematura), è tuttavia possibile affermare che il materiale già emerso in sede giudiziaria e negli atti di incidente probatorio restituisce un quadro di violenze che non può essere liquidato come episodico o marginale. Le testimonianze raccolte – rese in contraddittorio e destinate a essere “cristallizzate” – descrivono pratiche reiterate, un clima di sistematica umiliazione e un coinvolgimento istituzionale diffuso. In questo senso, vale la pena riportare alcuni passaggi del comunicato ANSA del 23 gennaio 2026.

«Uno mi ha preso la testa, ha iniziato a spaccarla contro il gabinetto (…) dopo dei pugni in faccia, calci dappertutto (…) dopo avermi trattato così mi hanno abbassato i pantaloni, mi hanno fatto una puntura, mi hanno ammanettato da dietro (…) tutto insanguinato, mi hanno lasciato così per terra, per quattro ore (…) nessuno mi dava retta, mi guardavano e andavano via come se fossi una cosa».

Sono passaggi drammatici di una delle testimonianze che le 33 vittime di pestaggi, torture e maltrattamenti, che sarebbero stati compiuti nel carcere minorile Beccaria di Milano, stanno rendendo, a partire da dicembre e con udienze almeno fino a fine marzo, in un maxi incidente probatorio davanti alla GIP, per “cristallizzare” dichiarazioni già rese nelle indagini.

In un’udienza, un ragazzo quasi 18enne, nato in Italia da genitori marocchini e ora detenuto nel carcere per adulti, ha raccontato le violenze che avrebbe subito nel gennaio 2024, quando aveva 16 anni ed era stato arrestato per la prima volta. C’era «tipo una squadra di appuntati che picchiavano i ragazzi» e poi altri agenti «non facevano quelle cose (…) però li difendevano sempre, anche i medici erano dalla loro parte». E, ha aggiunto, «vedevo la paura degli educatori quando parlavo di loro». Quando venne lasciato a terra per ore dopo quell’aggressione in cella, ha spiegato, «gli altri vedevano, c’erano tante educatrici (…) chiedevo aiuto, un bicchiere».

In un altro passaggio si evidenzia come la pratica fosse all’interno di una dinamica di potere:
«Eravamo in gioco, dentro un gioco con le guardie, di provocazioni (…) perché loro hanno sempre fatto apposta a far sì che noi avevamo delle reazioni con loro, per far sì che loro poi potevano umiliarci, perché ci hanno umiliato tante volte».

Nel corso di una delle udienze dell’incidente probatorio, il ragazzo ha descritto botte, schiaffoni, calci, violenze psicologiche e un uso massiccio di farmaci: «ne ho presi tanti, tanti tipi, ho preso Valium, Tavor, Talofen (…) Delorazepam».
«Stavo tanto male – ha spiegato – come se avessi perso l’identità di una persona». Il disagio psicologico era tale che «il ragazzo di fronte alla mia cella si è tagliato i testicoli con il vetro (…) si beveva i bicchieri di vetro, l’altro mangiava batterie, proprio disumano».
Un altro ragazzo ha riferito di essere stato pestato «a sangue». «Anche i medici erano dalla loro parte», ha dichiarato, aggiungendo che nei verbali «non c’è scritto che lui ha picchiato». Sempre il 9 gennaio è stato ascoltato anche un tunisino di 17 anni che ha riferito: «Mi hanno rotto le costole». Anche solo dopo queste prime 6 testimonianze, si possono formulare alcune ipotesi (che attenderanno poi la verifica degli organi competenti). 

La prima: se le ipotesi dei PM venissero confermate, significherebbe che al Beccaria la violenza era stata messa a sistema, per un tempo molto lungo, contro troppi ragazzi e con il coinvolgimento, diretto o indiretto, della gran parte di chi vi ha lavorato.

La seconda: di fronte alla violenza, le nostre capacità preventive e ispettive restano purtroppo limitate. Servono più occhi, più risorse, più strumenti di prevenzione; la capacità di leggere i segni, di interpretarli, di capire. Al Beccaria i segnali c’erano, ma — almeno per quanto mi riguarda direttamente — non si poteva immaginare una portata simile.

La terza: dopo gli arresti, l’istituto non si è ancora ripreso e ha bisogno che tutte e tutti — a partire dalla città di Milano e dalla sua amministrazione — se ne occupino con urgenza. Perché, senza un diverso modo di pensare la vita in IPM, tali violenze sono destinate inevitabilmente a ripetersi.

La zattera alla deriva

Il processo, ahimè, è solo una parte. Se gli eventi saranno confermati, come si sia arrivati a tali violenze, protrattesi così a lungo, e come si possa oggi ripensare il sistema minorile, a fronte delle profonde trasformazioni che lo attraversano, è una questione culturale e politica. Tra operatori e volontari si cerca di ragionare sul che fare, ma le resistenze restano forti. È un modello che colpevolizza i ragazzi, li descrive come cattivi e violenti, e spesso delegittima le stime dell’età effettuate dagli esperti («qui arrivano anche giovani di 32 anni» mi è stato detto più di una volta).

Non riconoscere la loro giovinezza, l’essere acerbi e pieni di traumi — più di una volta ho incontrato minori con i segni delle frustate del viaggio migratorio — è stato il primo passo per avallare tutto questo. A ciò si aggiungono l’estensione delle pene, la porosità del passaggio agli adulti e il “repartino” alla Dozza. Assistere alle udienze racconta molto anche di come si costruisce quello sguardo, di quanto non ci sia una percezione della gravità del fatto ma di come spesso in questi casi la paura e la gestione quotidiana passino per un processo di deumanizzazione. 

Il “sistema Beccaria”, se verrà confermato, racconta molto del microcosmo della giustizia minorile. Non è più il modello che era: ha spostato l’equilibrio dai “minori” alla “sicurezza” e ha perso di vista che chi attraversa le sue mura è, prima di tutto, un ragazzo. L’istituto perciò perde la sua capacità di essere zattera, ma diventa uno spazio di contenzione, di allontanamento e di separazione. Ciò che fa da sempre il carcere per adulti, ma anticipato di quattro anni.

“Custodia” significa cura e assistenza, conservazione delle persone e delle cose affidate. Io credo che si debba partire proprio da tale cura, così centrale e per lungo tempo così insufficiente per le vite di quegli 80 ragazzi ristretti in via Calchi Taeggi, e ripensarne un alfabeto fatto di potenziamento delle attività presenti, costruzioni progettuali, vivacità associativa e civica, formazione per tutti, e dialogo su ciò che succede, e su ciò che si può cambiare. Il Beccaria è arrivato a questo punto dopo anni di sciatteria, anni di disinvestimento progettuale su quei ragazzi, nonostante gli sforzi di tutti coloro che lo abitano. Se un posto da solo non è in grado di rigenerarsi, è necessario un supporto più ampio

Se la zattera è lo spazio minimo che consente l’errore senza fissarlo in colpa, l’IPM Beccaria mostra cosa accade quando questo spazio non esiste. Quando il contenimento non accompagna, ma schiaccia. Quando l’istituzione non regge l’età giovane come attraversamento, ma la tratta come deviazione da correggere.

Pensare l’IPM Beccaria attraverso Huckleberry Finn significa riconoscere che l’età giovane è un tempo di attraversamento. Che l’istituzione, se vuole avere senso, deve funzionare come una zattera e non come un argine rigido. Un luogo in cui sia ancora possibile guardare il cielo, fare ipotesi sbagliate, cambiare idea. È per questo che il romanzo parla con precisione dei ragazzi di oggi. Perché mostra cosa accade quando la libertà arriva senza strumenti — e cosa succede quando, al contrario, il contenimento non è orientato. I ragazzi non hanno bisogno di più controllo, ma di spazi che consentano di stare in bilico senza cadere. Spazi che non anticipino una colpa definitiva, che non fissino un’identità, che non trasformino l’errore in destino.