EDITORIALEMolto dolore per nulla. Cosa ci dice questo rapporto

Susanna Marietti, Sofia Antonelli, Rachele Stroppa

Che l’attuale governo abbia deciso di dichiarare guerra alle nuove generazioni è stato chiaro fin dall’inizio, fin dal primo Consiglio dei Ministri nel quale fu introdotto il reato di rave party. Come se fosse questa la priorità del paese. È un gioco antico: per distrarre dai veri problemi, se ne creano di fittizi e si promette di risolverli con il pugno di ferro. Oggi il governo ha vinto: attorno ai più giovani si è creato un vero panico morale. Ci sono riusciti. La popolazione è terrorizzata da adolescenti, baby gang, minori stranieri non accompagnati. Talmente terrorizzata da denunciare qualsiasi loro comportamento, anche quelli dalla scarsissima o inesistente valenza penale. Invece di educare i nostri giovani, si corre a segnalarli alle forze dell’ordine.

I dati sono di difficilissima lettura, troppe variabili vanno considerate, e con onestà intellettuale bisognerebbe dire che non abbiamo un quadro esatto e univoco del fenomeno. Ma men che meno abbiamo un quadro che supporti l’idea di un’emergenza criminalità minorile. Uno sguardo ai numeri che troverete nel presente Rapporto ci aiuta a comprenderlo: nel 2024 (ultimo dato disponibile) le segnalazioni di minorenni o giovani adulti sono cresciute di quasi il 17% rispetto all’anno precedente. Esplode la criminalità minorile, hanno gridato governanti e giornalisti. Esplode la paura, diciamo invece noi. E quindi la gente, quando si tratta di adolescenti, finisce per denunciare qualsiasi cosa. La malaugurata strategia governativa ha perfettamente funzionato. Se infatti andiamo a vedere cosa accade in seguito di quelle segnalazioni, scopriamo che l’aumento nel numero di minorenni e giovani adulti che l’autorità giudiziaria segnala a propria volta ai servizi della giustizia minorile scende al 12%. Sempre notevole, ma già scopriamo che una serie di segnalazioni finisce nel nulla in quanto irrilevante. Se infine andiamo a vedere quanti di quei ragazzi e ragazze hanno fatto effettivamente ingresso nel sistema della giustizia minorile, vediamo che l’aumento si riduce al solo 2%. Solo per loro l’evento segnalato è sufficientemente rilevante da dover attivare una risposta penale. Una risposta che, dopo il Decreto Caivano, è diventata molto più ampia e dura di quanto non fosse prima, contribuendo così a spiegare tale crescita.

Le percentuali che abbiamo appena fornito soffrono indubbiamente di una qualche approssimazione (la prima percentuale riguarda il numero di segnalazioni mentre la seconda e la terza si riferiscono a persone fisiche, la quantità di prese in carico dipende anche da altri fattori qui non considerati, e via dicendo), ma restano comunque funzionali a inquadrare il problema. Così come il dato che ci dice che il numero di risposte penali significative – quelle residenziali, diciamo, che portano il giovane in carcere o in comunità o che prevedono un passaggio per il Cpa – si è impennato tra il 2023 e il 2024, per restare invece sostanzialmente stabile tra il 2024 e il 2025. A crescere con forza è stata la reazione penale. La fine del 2023 aveva visto l’introduzione delle nuove norme, che hanno comportato un iniziale forte aumento dei numeri. Quando le nuove norme sono andate a regime, il sistema si è stabilizzato.

È d’altra parte lo stesso governo, quando è costretto a fuoriuscire dai contesti sloganistici e giornalisticamente urlati, ad ammettere che le attenzioni mediatiche sul tema sono fuori mira. Nella Relazione presentata dal Ministero della Giustizia in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario 2026 si legge: “Relativamente al fenomeno dei reati di gruppo, fortemente attenzionato a livello mediatico, le osservazioni degli operatori non rilevano, negli ultimi anni, consistenti differenze relative ai reati commessi in gruppo. Tali agiti, definiti ‘devianti’ e attribuiti alle cosiddette ‘baby gang’, assumono in realtà forme e modalità espressive molto differenti fra loro, inerenti piuttosto a nuove forme di disagio di aggregazioni giovanili ‘fluide’ che non a veri e propri gruppi strutturati”. Eppure è proprio nel nome dell’allarme baby gang che è stato annunciato ai quattro venti il nuovo pacchetto sicurezza governativo.

Se non c’è dubbio che i problemi dei nostri giovani, e alcuni eventi drammatici che si sono verificati, debbano interrogarci a tutto tondo come società e farci ragionare sugli strumenti di sostegno, aggregazione, prevenzione che dobbiamo mettere in campo, è però vero che sbandierando l’allarme criminalità minorile ci stanno prendendo in giro. La scelta di disinvestire in politiche sociali ed educative viene coperta con una valanga di nuovi reati, aumenti di pena, aggravanti. Se si avesse davvero a cuore la nostra sicurezza si punterebbe piuttosto su un serio aumento degli investimenti nella prevenzione – sicuramente più complesso da effettuare – e non invece sulla sola, facile, inutile, mera repressione.

“Io non ti credo più” è il titolo che abbiamo scelto per il nostro Rapporto. A parlare è uno dei tanti giovani che mettiamo in galera, trasferiamo da un carcere all’altro come fosse un pacco, riempiamo di psicofarmaci, spediamo a rovinarsi per sempre la vita in un carcere per adulti, teniamo chiuso in celle fatiscenti, abbandoniamo a un’esistenza disperata perché come società non siamo in grado di costruire futuro. Loro non si fidano più di noi, del mondo degli adulti, di chi amministra la giustizia minorile mostrando sempre più desiderio di punizione e vendetta e sempre meno accoglienza, ascolto, sostegno. Protestano, ma non li ascoltiamo. Anzi, trasformiamo la loro protesta in un nuovo reato con il quale sommergerli sotto altri anni di pena. Così andiamo perdendo i nostri ragazzi, invece di puntare su quel recupero a ogni costo verso il quale in passato la giustizia minorile era protesa.

Nel Rapporto che avete davanti troverete analisi, elaborazioni, ragionamenti a partire da dati quantitativi e dalla nostra osservazione diretta delle carceri minorili e delle comunità. Non si tratta purtroppo solo di numeri – quelli degli Istituti Penali per Minorenni sono cresciuti molto negli ultimi anni, come conseguenza delle politiche carcerocentriche messe in atto dal governo – ma di un cambiamento culturale che ha investito il sistema, un tempo proteso a educare il giovane e reintegrarlo nel consesso sociale e oggi volto a punirlo, segregarlo, neutralizzarlo. È da tempo che lanciamo l’allarme sul preoccupante utilizzo di due strumenti di neutralizzazione nelle carceri minorili: gli psicofarmaci e l’isolamento. Quest’ultimo, tra le altre cose, è proibito dal diritto internazionale in caso di minorenni. Gli standard delle Nazioni Unite sulla detenzione, le cosiddette Mandela Rules, lo vietano senza mezzi termini, mentre una democrazia avanzata quale l’Italia continua addirittura a prevederlo nella propria legge penitenziaria.

La sola preoccupazione dell’attuale governo è quella degli spazi fisici di contenimento. Uno sguardo al capitolo sulla giustizia minorile della relazione sull’amministrazione della giustizia ci mostra come la parte di gran lunga principale sia dedicata all’edilizia penitenziaria. Non rilevano le attività organizzate, non rilevano i percorsi di vita costruiti, non rilevano le prese in carico dei ragazzi. Rileva – e ci si vanta – la costruzione di nuovi spazi fisici dove collocare i corpi irrequieti dei ragazzini che arrestiamo.

Spazi che da quest’anno vengono ulteriormente sottratti alla vista. Lo scorso aprile, infatti, una circolare emanata dal Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità ha previsto che i visitatori delle carceri minorili si limitino a frequentare gli spazi comuni dell’istituto, quali aule scolastiche, laboratori, mense, spazi ricreativi e sportivi. L’accesso alle celle è proibito. Antigone, impegnata da sempre ad aprire le carceri agli sguardi esterni, è in profonda discordanza con tale divieto. La trasparenza della prigione è il primo elemento di garanzia della sua funzione democratica. Se non si ha nulla da nascondere, non si ha alcun motivo per limitarla.

Nei mesi passati, come vi raccontiamo in questo Rapporto, nelle celle abbiamo trovato ragazzini imbottiti di psicofarmaci e addormentati alle undici del mattino, ragazzini immersi nella spazzatura che dormivano in mezzo a cumuli di rifiuti in quanto non avevano neanche un secchio dove accatastarli, ragazzini chiusi dietro le sbarre in spazi angusti senza accesso ad alcuna attività significativa e a volte neanche all’ora d’aria imposta dalla legge. Per loro lo sguardo esterno, lungi dal violarne la privacy, è stato essenziale per vedersi restuita un po’ di dignità. Come lo è stato per quel diciassettenne che viveva l’intera giornata con i piedi a mollo nell’acqua che sgorgava dalle tubature rotte. Le aule scolastiche sono importanti, così come lo sono il refettorio, i corridoi, l’aula colloqui, la cappella, il campo sportivo (quando ci sono). Ma è negli spazi individuali che possono accadere le maggiori violazioni dei diritti della persona. E sono questi che, a tutela dei giovani ristretti, devono restare aperti al controllo della società esterna.