Danilo Riahi, suicida in Ipm a 17 anni. I tanti ragazzi che si fanno del male per manifestare il proprio loro dolore

Sofia Antonelli

Danilo Riahi è un ragazzo di 17 anni, nato in Tunisia. Arriva in Italia nel 2024 affrontando da solo la lunga traversata del Mediterraneo, lasciandosi alle spalle famiglia, lingua e riferimenti affettivi. Il 9 agosto 2025 viene arrestato a Vicenza per alcuni tentativi di furto. Dopo una fuga dalla polizia gli agenti lo immobilizzano con il taser. Diverse testimonianze lo raccontano in evidente stato di agitazione. Senza farlo visitare in un presidio sanitario, prassi caldamente consigliata dopo l’utilizzo dell’arma elettrica, a maggior ragione se su un minore, viene trasferito nell’Istituto Penale per i Minorenni di Treviso. Poche ore dopo, secondo la versione delle autorità, Danilo Riahi si impicca nel bagno di una delle due celle del Centro di prima accoglienza (Cpa), dove sono collocati i ragazzi a seguito dell’arresto. Soccorso in condizioni gravissime, muore il 13 agosto all’Ospedale Ca’ Foncello di Treviso.

Dal mare al carcere, la storia di Danilo non è solo una tragedia individuale, ma l’emblema di un intero sistema incapace di proteggere soprattutto chi arriva già ferito. Giunto da solo in un paese nuovo, senza una rete familiare, Danilo come molti minori stranieri non accompagnati si trova in una condizione di fragilità profonda. Viene arrestato per piccoli reati e portato subito in Cpa. E’ la settimana di ferragosto, presumibilmente l’Istituto avrà meno risorse del solito. Oltre alle fatiche legate al periodo estivo, l’Ipm è da tempo costretto a gestire un numero di ragazzi ben superiore a quello previsto. Treviso è stato nei mesi scorsi una delle carceri minorili più colpite dal sovraffollamento, arrivando in alcuni momenti a superare il doppio della capienza regolamentare. Bastano poche ore di detenzione per far decidere a Danilo di porre fine alla sua vita. Nessuno può sapere cosa è passato nella sua testa in quelle ore, forse paura, disperazione, mancanza di speranza. Quello che sappiamo è che l’ultima volta che un ragazzo si era tolto la vita in un carcere minorile era il 2003, oltre vent’anni fa. 

Se per fortuna in Ipm  gli eventi suicidari sono estremamente rari, diversi sono i tentativi di suicidi sventati, mentre assai frequenti sono i gesti anticonservativi, in particolare gli episodi di self-cutting e di ingestione di corpi estranei. A Torino, ad esempio, durante l’ultima visita svolta dall’Osservatorio di Antigone, si segnala come gli episodi di autolesionismo siano ricorrenti e richiedano spesso l’intervento della guardia medica. L’area sanitaria segnala tra i dieci e i quindici gesti autolesionistici a settimana, un numero significativo considerando che l’Istituto ospita circa una cinquantina di ragazzi. 

Di fronte a episodi di autolesionismo in carcere, il personale penitenziario risponde solitamente con due argomentazioni principali. La prima è che i gesti autolesivi sono soprattutto dettati non tanto dalla volontà di farsi del male, ma di richiamare l’attenzione su di sé. Visti come azioni strumentali, molti episodi di autolesionismo e tentati suicidi vengono definiti “atti dimostrativi” e in quanto tali sminuiti, nel loro intento e nella loro pericolosità. In quattro Ipm visitati dall’Osservatorio di Antigone nel 2025 si ricorre esplicitamente a questa terminologia. Nell’Ipm di Firenze si riferisce l’assenza di episodi di autolesionismo particolarmente gravi e la tendenza a porre in essere gesti a mero scopo dimostrativo. A Catanzaro viene riferito come gli episodi di autolesionismo siano invece frequenti. Tra gennaio e settembre 2025 si sono registrati 15 gesti di autolesionismo e 3 tentativi di suicidio, messi in atto, anche qui, si sotiene, per scopi dimostrativi. A Caltanissetta viene riferito che all’inizio del 2024 un ragazzo ha tentato il suicidio, ma a detta del personale solo a scopo di scopo di richiamare l’attenzione. Nell’Ipm di Roma Casal del Marmo i sanitari sostengono che sono numerosi i casi autolesionistici, soprattutto tra i ragazzi stranieri. Complessivamente nel 2024 sono stati registrati 188 episodi di autolesionismo e 17 tentati suicidi. Su questi ultimi viene però riferito che solo due sono stati segnalati con una scheda di evento critico vero e proprio, ossia episodi di portata significativa, mentre i quindici non segnalati sono stati interpretati come, per l’appunto, solo di natura dimostrativa. A prescindere dalle ragioni che motivano il comportamento anticonservativo, banalizzare questi agiti resta sempre un errore. Molti ragazzi in Ipm faticano a trovare strumenti adeguati per comunicare il proprio disagio e il gesto autolesivo diventa spesso una modalità con cui rendere visibile una sofferenza inascoltata.

Altra dinamica ricorrente è l’attribuzione dei comportamenti autolesivi a pratiche culturali, sostenendo che gli stranieri siano in generale più inclini a farsi del male. Nell’Ipm di Palermo, il giorno precedente la visita dell’Osservatorio di Antigone, un ragazzo MSNA trasferito dall’IPM Beccaria di Milano aveva ingoiato una batteria e aveva compiuto gesti anticonservativi. In riferimento in generale al fenomeno autolesionista, il personale ha sottolineato come spesso si tratti di una modalità di espressione del disagio con radici culturali. Questa narrativa, semplicistica e generalizzata, sorvola pericolosamente i fattori di rischio reali, di natura profondamente individuale e legati al contesto di vita di ogni ragazzo. Incidono indubbiamente traumi pregressi, condizioni di isolamento, assenza di una rete familiare e affettiva, stress post-traumatico, depressione, ansia, barriere linguistiche e difficoltà di accesso al supporto psicologico. Tutti fattori a cui i minori stranieri non accompagnati sono sicuramente più esposti. Nel caso di Palermo, così come in tanti altri avvenuti negli ultimi anni, avrà inciso anche il trasferimento coatto dall’altra parte d’Italia, pratica altamente diffusa solo nei confronti degli stranieri senza riferimenti nel territorio. 

Durante una visita di Antigone al Beccaria di Milano era in corso un evento critico scaturito da una lite tra due ragazzi MSNA. Uno di loro, in evidente stato di agitazione, era stato collocato in una cella completamente vuota. Era a torso nudo, sugli avambracci aveva chiari segni di autolesionismo recente, mentre sulla schiena le profonde cicatrici di violenze lontane. Come ci ha detto il mediatore culturale, che provava a calmarlo parlandogli attraverso le grate, prima di essere messo nella cella vuota il ragazzo aveva minacciato di togliersi la vita con un cappio. 

Alle difficoltà connesse alla quotidianità detentiva, per molti MSNA si aggiungono le tensioni emotive con la famiglia lontana, spesso ignara che il figlio, partito via mare pieno di speranze, si trovi ora in stato di detenzione. Per questa ragione, nell’Ipm di Catania i video colloqui con i familiari all’estero vengono svolti solo nei giorni in cui è presente in Istituto almeno un mediatore culturale che, al bisogno, può assistere il ragazzo in caso di particolare sconforto. Il mediatore dell’Istituto siciliano racconta quanto per i ragazzi stranieri le telefonate con i propri cari possano rappresentare momenti difficili, che creano spesso molto dolore. «Dopo sono agitati e a volte commettono gesti autolesivi».

In ottica di prevenzione degli eventi critici, il lavoro di tutto personale all’interno degli Istituti è fondamentale. Per individuare eventuali fattori di rischio suicidario, ogni Ipm prevede l’attivazione di protocolli appositi in modo da ricorrere a procedure specifiche in caso di rilevazione di segnali di allarme. Nell’Ipm di Potenza, ad esempio, l’equipe specializzata denominata SMAVS (Staff Multidisciplinare per l’Accoglienza, la Valutazione ed il Sostegno) è composta da una psicologa, da un assistente sociale dell’Ussm, da un medico, dal comandante e dal direttore. Ogni componente ha il compito di redigere una relazione, ciascuno per il proprio ambito, per i nuovi arrivati all’interno dell’istituto. Sulla base di tale relazione, che andrà a costituire una cartella all’interno del fascicolo personale, viene stabilito il rischio suicidario ed il conseguente regime di sorveglianza necessario. Se il rischio è da moderato ad alto, il regime di sorveglianza sarà elevato e l’incontro con l’equipe si ripeterà nei 15 giorni successivi. Mentre, se il rischio è basso, l’incontro si ripeterà dopo un mese; laddove si confermi basso, viene sciolto lo SMAVS per quel ragazzo. La valutazione del rischio suicidario può subire cambiamenti significativi nel corso della detenzione. Come racconta Giulia Fabini nell’approfondimento dedicato alla sezione per giovani adulti aperta nella Casa Circondariale di Bologna, particolarmente significativa è stata la variazione dei livelli di rischio iniziale e nel corso della permanenza in sezione. Le valutazioni di rischio nullo effettuate al momento dell’ingresso si sono gradualmente ridotte (passando da 46 a 36), mentre sono aumentate quelle di rischio lieve (da 4 a 6), di rischio medio (2 a 6) e di rischio elevato (da 0 a 4). Sicuramente la conoscenza più approfondita del ragazzo può portare a cambiare la valutazioni del rischio nel corso della presa in carico in Ipm, ma una variazione in negativo così rilevante non può non far pensare all’impatto che la detenzione esercita sui ragazzi, spesso acuendo drasticamente sofferenze pregresse. Sempre nel carcere di Bologna, durante la permanenza in sezione almeno 22 ragazzi hanno manifestato comportamenti autolesivi. In otto casi si è trattato di un singolo episodio, mentre negli altri i comportamenti si sono ripetuti nel tempo; in una situazione particolarmente grave, un singolo ragazzo ha messo in atto 17 episodi autolesivi.