Il linguaggio nel carcere minorile: tra violenza e infantilizzazione

Anna Acconcia

«Il diritto non si serve della lingua, ma è fatto di lingua»[1] 

Il linguaggio giuridico, che ospita al suo interno sia la comunicazione verbale sia segni non verbali, è stato definito come quell’«universo di usi linguistici e di modalità espressive adottati da chi, con scopi e con ruoli culturali e professionali differenti, scrive o parla di diritto o sul diritto o è coinvolto in una situazione comunicativa attinente al settore giuridico».[2]

L’esperienza giuridica e l’esperienza linguistica condividono alcune caratteristiche salienti: gli aspetti della «istituzionalità e sistematicità», la funzione di vincolo anche sociale, il condizionamento esercitato dal contesto socio-storico-culturale di appartenenza, la natura domestica, tanto del sistema giuridico che di quello linguistico. Gli studi considerano come certe scelte lessicali e di conseguenza comunicative, a partire da quelle del legislatore, fatte proprie, anche con ritocchi, dagli operatori del diritto oltre che dai media, possono incidere sulla lettura e sulla gestione dei fenomeni contingenti in un determinato contesto socioculturale, tenuto conto dei mutamenti dovuti al passare del tempo.

Il linguaggio può aprire a un campo semantico espressivo di logiche escludenti e di sospetto verso alcune tipologie di alterità e può manifestarsi come uno strumento di potere, baluardo dell’antico riflesso suppliziante che caratterizza, prime fra tutte, le istituzioni totali.

Se si pensa al pianeta carcere e, in particolare, agli Istituti Penali per i Minorenni, dove pare quanto mai necessaria la difesa dell’antropologica modificabilità dell’essere umano, le parole possono ancor di più contribuire a plasmare l’identità personale del minorenne.

Parole, in parte tollerate, come «domandina», «lavorante», «scopino», «portavitto», «piantone» – le stesse che sentiamo negli istituti per adulti, dove svolgono un ruolo analogo – assieme a quelle indicibili all’esterno come «animale», «rifiuto», «feccia», «immigrato»: sono solo alcune delle espressioni udibili nei vari gruppi in cui si articolano gli Istituti.

Di frequente, le parole che abitano gli IPM oscillano entro due poli contrapposti: una parola molto spesso violenta e offensiva che stigmatizza, etichetta e retribuisce alimentando meccanismi di sfida, disprezzo e ribellione accanto a una parola del vocabolario penitenziario infantilizzante e dal chiaro retaggio paternalistico che, sovente, rallenta il processo di adultizzazione, con la riduzione del minorenne a un oggetto da amministrare, disciplinare, controllare.

La combinazione di queste due traiettorie può portare il minorenne a reagire in modo differente: dalla sottomissione violenta alla degradazione o alla frammentazione del proprio sé, dal corroboramento della propria identità negativa all’intorpidimento emotivo che conduce al silenzio interiore.

Si tratta di dinamiche e di effetti ben noti a chi frequenta con una certa regolarità gli IPM, luoghi che paiono allontanarsi sempre più dall’idea di una giustizia minorile mite e supportiva e creatrice di seconde opportunità, e che paiono caratterizzarsi, invece, per pratiche quotidiane cieche rispetto alla doppia vulnerabilità propria del minorenne ristretto in carcere. 

Tutto questo passa anche dal linguaggio, verbale e non verbale.

Questa amara riflessione pare un punto di partenza essenziale per approcciare alla complessità che caratterizza la detenzione minorile con un necessario sguardo alle storie, che costituiscono l’antefatto essenziale del percorso detentivo, per mettere a fuoco cosa è mancato in quelle vite e pensare a quali strumenti introdurre per rilanciare la speranza nel futuro.

Tutti coloro che accostano a mondi interiori ed esteriori così tanto complessi (direttore, funzionari giuridico pedagogici, comandante e agenti di polizia penitenziaria, agenti di rete, esperti quali psicologi, criminologi, mediatori culturali, medici, infermieri, insegnanti, volontari) dovrebbero essere formati in modo adeguato per poter accogliere e cercare di imprimere un segno positivo alle emozioni, spesso amare, che animano quelle esistenze. 

Un linguaggio mortificante e svilente recide le possibilità di costruire alleanze ed è nemico dell’azione di riconoscere l’umanità nel volto di chi si ha di fronte e di agire nel rispetto della inalienabile dignità umana, anche attraverso l’attenzione alla scelta delle «parole giuste» che si fanno strumento di tutela dei diritti.Potrebbe apparire, a uno sguardo distratto, poca cosa, ma come dice il poeta: «le piccole cose sono responsabili dei grandi cambiamenti».[3]


[1] Cit. M.A. Cortelazzo, Lingua e diritto in Italia. Il punto di vista dei linguisti, in L. Schena (a cura di), La lingua del diritto. Difficoltà traduttive. Applicazioni didattiche, Cisu, Roma, 1997, p. 36.

[2] Cit. M.V. Dell’Anna, Linguaggio, processo e semplificazione degli atti processuali, in N. Triggiani (a cura di), Il linguaggio del processo. Una riflessione interdisciplinare, in Quaderni del dipartimento jonico, 2017, 6, p. 40.

[3] La citazione si deve a Paulo Coelho