La soglia oltrepassata: la sezione minorile dentro il carcere per adulti di Bologna
Giulia Fabini
Nel 2025, per la prima volta, una sezione del circuito penale minorile è stata collocata stabilmente, seppure per un periodo limitato, all’interno di un carcere per adulti. È accaduto a Bologna, presso la Casa circondariale Rocco D’Amato, nota come Dozza, dove per circa sei mesi è stata in funzione una sezione destinata a giovani adulti trasferiti lì in via temporanea e provenienti da vari IPM in Italia.
La sezione giovani adulti della Dozza è stata aperta il 24 marzo e chiusa il 30 settembre 2025. Vi sono transitati complessivamente 52 giovani, tutti di sesso maschile, tutti sopra i 18 anni, provenienti dagli IPM di Bologna, Treviso, Milano, Firenze, Palermo, Catanzaro ed altri.
La sezione, sebbene collocata fisicamente all’interno di un istituto penitenziario per adulti, è stata a tutti gli effetti una sezione distaccata del circuito della giustizia minorile, formalmente afferente all’Istituto penale per i minorenni di Bologna. Ciò ha comportato che, per l’intero periodo di funzionamento, il direttore e il personale dell’IPM si sono dovuti dividere tra la sede ordinaria e la nuova sezione collocata presso la Casa circondariale Rocco D’Amato, con una duplicazione degli impegni gestionali e organizzativi e inevitabili ricadute anche sul funzionamento dell’IPM del Pratello, che nel medesimo periodo versava in condizioni particolarmente critiche1.
L’apertura della sezione ha avuto un impatto significativo anche sulla Casa circondariale per adulti. È stata infatti ricavata all’interno della sezione penale dell’istituto, nell’ambito di un’operazione di riorganizzazione interna che ha comportato lo spostamento di almeno 120 persone: i detenuti precedentemente collocati nella sezione penale sono stati trasferiti in Alta Sicurezza, mentre le persone detenute in Alta Sicurezza sono state a loro volta trasferite in altri istituti, anche fuori regione. Questi spostamenti hanno prodotto conseguenze rilevanti: per le persone precedentemente collocate nella sezione penale, che scontavano pene medio-lunghe, il trasferimento ha comportato la perdita di una quotidianità detentiva strutturata, costruita anche grazie alla specificità di quell’ambiente, in parte separato dal resto dell’istituto e caratterizzato dalla presenza di spazi e attività che ne scandivano la vita interna. Per le persone trasferite dall’Alta Sicurezza verso altri istituti, i trasferimenti hanno determinato interruzioni dei percorsi trattamentali e formativi, inclusi quelli universitari, ai quali risultavano iscritti numerosi detenuti.
La decisione di aprire una sezione giovani adulti afferente al circuito minorile dentro un carcere per adulti è un unicum a livello nazionale, rispetto al quale è necessario fornire alcuni elementi di contesto per poter poi avanzare alcune riflessioni.
Le ragioni dell’apertura alla prova dei fatti
La giustificazione ufficiale all’apertura della sezione poggia su basi materiali che appaiono quantomeno dubbie. L’apertura della sezione giovani adulti alla Dozza si colloca all’interno di una fase di crescita rapida e anomala delle presenze negli IPM: 381 a fine 2022, 496 a fine 2023, 587 a fine 2024. Al 31 marzo 2025 le presenze erano 597. Come noto, tale crescita ha prodotto in più sedi condizioni di sovraffollamento che prima erano eccezionali nel minorile. In questo quadro, la sezione è stata presentata come uno strumento temporaneo per lo sfollamento in alcune situazioni particolarmente compromesse. L’idea era che la sezione giovani adulti della Dozza potesse fungere da soluzione “ponte” in attesa dell’apertura di tre nuovi Istituti penali per minorenni, individuati a Rovigo, Lecce e L’Aquila, che avrebbero dovuto consentire una redistribuzione più equilibrata della popolazione detenuta minorile in Italia. Tuttavia, alla data di chiusura della sezione minorile alla Dozza, il 30 settembre 2025, nessuno dei tre istituti risultava ancora operativo: l’IPM de L’Aquila è entrato in funzione solo il 27 ottobre 2025, nonostante i locali fossero stati inaugurati il 4 agosto 2025. L’IPM di Lecce ha iniziato ad accogliere i primi ragazzi detenuti a partire da dicembre 2025. L’IPM di Rovigo è stato formalmente inaugurato l’8 gennaio 2026, ma non è ancora chiaro quando entrerà in funzione. Il paradosso è evidente: una misura presentata come necessaria per “alleggerire” il circuito minorile in attesa dell’apertura di nuovi istituti è stata dismessa prima che tali istituti fossero effettivamente disponibili. La sezione è stata quindi chiusa in assenza delle alternative strutturali che avrebbero dovuto renderla superflua, una volta operative. Inoltre, da più parti a livello locale è stato osservato che i giovani trasferiti nella sezione provenivano dagli istituti di origine in piccoli numeri, spesso due o tre per ciascun IPM. Una modalità di trasferimento di questo tipo difficilmente può incidere in modo significativo sui livelli di affollamento degli istituti di provenienza. Ne consegue che la motivazione ufficiale dell’apertura della sezione – ovvero la funzione di soluzione “ponte” per alleggerire la pressione sugli IPM in attesa dell’apertura di nuove strutture – risulta indebolita dai numeri effettivi dell’operazione, che non sembrano compatibili con l’obiettivo dichiarato di una redistribuzione significativa della popolazione detenuta.
Questa riflessione sull’impatto limitato in termini deflattivi va messa in relazione con un altro dato: i costi dell’operazione. Tenere aperta la sezione ha comportato indennità per gli agenti in distacco e interventi di adattamento degli spazi della Casa circondariale. Risorse pubbliche che sono state impegnate per sostenere una soluzione emergenziale, invece di essere utilizzate per costruire risposte temporanee diverse, meno invasive e meno compressive dei diritti.
Diventa allora inevitabile chiedersi perché sia stata scelta proprio questa strada. Quanto ha pesato il valore simbolico di collocare giovani del circuito minorile in un carcere per adulti? Che messaggio ha prodotto questa operazione? E, soprattutto, che cosa ci dice oggi su come il sistema tende a reagire alle crisi e su quali scelte rischiano di essere riproposte se non vengono messe in discussione.
Riportiamo ora in secondo piano il livello simbolico per concentrarci su altri aspetti centrali di questa esperienza: chi erano i giovani transitati nella sezione? Come sono stati selezionati? Quali sono state le loro condizioni di detenzione all’interno di un carcere per adulti? Chi operava quotidianamente in questa sezione?
Nei paragrafi che seguono proveremo a rispondere a queste domande, basandoci sui dati raccolti direttamente da Antigone nel corso della visita del 16 maggio 2025 e nei mesi successivi, integrandoli con informazioni provenienti da altre fonti pubbliche.
Va ricordato che l’esperienza della sezione giovani adulti della Dozza ha suscitato una forte attenzione e mobilitazione a livello locale. Numerose sono state le prese di posizione pubbliche e le iniziative di protesta, tra cui il presidio davanti al carcere Rocco D’Amato del 25 febbraio e la fiaccolata in via del Pratello del 21 marzo, oltre a un’ampia copertura mediatica. Nonostante ciò, come spesso accade per quanto riguarda il carcere, i dati disponibili restano frammentari e difficili da ricostruire. In questo quadro, il presente contributo tenta di metterli insieme in modo sistematico.
Numeri e caratteristiche dei ragazzi selezionati
Per quanto riguarda i criteri di selezione dei giovani trasferiti nella sezione, le informazioni disponibili sono scarse. È stato sostenuto che sarebbero stati scelti ragazzi per i quali il trasferimento non avrebbe interrotto i percorsi educativi in corso. Tuttavia, vi sono elementi che mettono in dubbio questa affermazione: ad esempio, risulta il caso di un giovane neodiciottenne proveniente dall’IPM di Torino che, a seguito del trasferimento alla Dozza, ha dovuto rinunciare al conseguimento della licenza media.
I trasferimenti verso la sezione giovani adulti sono iniziati il 25 marzo 2025. All’1 aprile, secondo quanto rilevato dal Garante regionale, i giovani presenti erano 12. Al 7 aprile il numero era salito a 18, come riscontrato da una delegazione composta da consiglieri regionali e comunali, parlamentari ed europarlamentari di centrosinistra. Al 5 agosto le presenze risultavano pari a 22, un numero indicato come sostanzialmente stabile da mesi, anche a causa della difficoltà nel reperire personale sufficiente a coprire l’organico della sezione.
Sono disponibili informazioni dettagliate sulla posizione giuridica dei giovani presenti all’1 aprile 2025. Dei 12 ragazzi allora detenuti, 7 avevano una condanna definitiva, 5 si trovavano in custodia cautelare. Questa seconda circostanza appare particolarmente problematica: il trasferimento in un istituto lontano dai luoghi di vita e dalle reti territoriali rende infatti più complessa la possibilità di accedere alla sospensione del processo e alla messa alla prova, strumenti centrali del sistema penale minorile. Un ulteriore elemento di rilievo è che solo 4 dei 12 avevano un fine pena superiore ai 12 mesi di pena residua. Anche questo dato solleva interrogativi sui criteri adottati per i trasferimenti: una parte consistente dei giovani sarebbe comunque uscita dal circuito detentivo nel giro di pochi mesi.
Nel complesso, i giovani transitati nella sezione sono stati 52. Di questi, 36 avevano cittadinanza straniera, pari al 69,2% del totale. Tra questi, 29 erano ex Minori Stranieri Non Accompagnati, cioè il 55,8% del totale dei giovani transitati. Dei 16 giovani con cittadinanza italiana, 11 erano italiani con background migratorio (cosiddette “seconde generazioni”) e uno era un giovane adottato. Ne deriva che 48 dei 52 giovani transitati nella sezione erano ragazzi razzializzati, un dato che evidenzia in modo particolarmente netto la selettività della popolazione detenuta in questa esperienza.
A questo si aggiungono informazioni sulla conoscenza della lingua italiana, valutata come buona nel 61,5% dei casi, sufficiente nel 34,6% e insufficiente nel 3,8%.
Per quanto riguarda il livello di scolarità, 15 giovani avevano la scuola primaria, 30 la licenza media, 3 avevano frequentato la scuola secondaria di secondo grado, mentre per 4 il dato non risulta disponibile.
Ragazzini in una sezione per adulti: gli spazi
L’Associazione Antigone ha visitato la sezione il 16 maggio 2025. Durante la visita sono emerse numerose criticità: la stretta prossimità dei cortili con quelli del resto dell’istituto, un clima di confusione organizzativa tipico di una struttura ancora in fase di avvio, l’assenza iniziale di attività strutturate e l’incertezza, riferita dal personale, sulle modalità di remunerazione del lavoro aggiuntivo richiesto. Anche le attività trattamentali risultavano ancora in fase di avvio e non stabilmente consolidate.
Criticità analoghe sono state segnalate anche dal magistrato di sorveglianza, che ha descritto “spazi comuni inospitali, acusticamente confusivi, privi di mobilio adeguato, disorganizzati, con area esterna molto limitata e chiusa tra muri; la presenza di sola acqua fredda nel bagno; il servizio di rifornimento dei pasti da ditte esterne non adeguato; risorse professionali comandate in condizioni difficili; la iniziale completa assenza di progettazione educativa e di attrezzature”.
Il Garante ha inoltre rilevato la presenza di pasti scarsi e ripetitivi, spesso limitati a riso, insalata e formaggio, rifiuti accatastati, piatti di plastica e avanzi di cibo che attiravano roditori e insetti. Da qui la richiesta di pulizie quotidiane e di un servizio mensa dignitoso.
È stata infine segnalata come problematica anche la promiscuità di fatto tra i giovani adulti e i detenuti della sezione ordinaria, con passaggi di sigarette “volanti” negli spazi comuni, che mettevano in discussione la separazione dei circuiti e la sicurezza stessa dei giovani.
La quotidianità detentiva attraverso i dati sanitari
Un elemento di particolare rilievo per comprendere l’esperienza detentiva dei giovani transitati nella sezione è rappresentato dai dati sanitari, e in particolare da quelli relativi alla salute mentale. All’ingresso in sezione, 16 dei 52 giovani presentavano già una diagnosi psichiatrica. Nel corso della permanenza, tuttavia, il numero complessivo di soggetti per i quali è stata formulata una diagnosi psichiatrica è salito a 35, indicando che per una parte significativa dei giovani il disagio psichico è emerso o si è accentuato durante la detenzione o non era stato rilevato negli IPM di origine.
Le diagnosi rilevate nel complesso fanno emergere un quadro eterogeneo ma coerente con situazioni di forte vulnerabilità: prevalgono i disturbi dell’adattamento (12 casi) e i disturbi della personalità (9 casi), seguiti da disturbi affettivi e da disturbi post-traumatici da stress (3 casi ciascuno). Sono stati inoltre riscontrati un caso di convulsioni dissociative, un caso di disturbo del controllo degli impulsi e sei casi di insonnia. Al contrario, le patologie internistiche risultano poco presenti, anche in considerazione della giovane età dei soggetti: sono stati segnalati un solo caso di epilessia, uno di diabete e un problema di “occhio pigro”.
Particolarmente significativa è la variazione delle valutazioni del rischio suicidario tra il momento dell’ingresso e il periodo di permanenza in sezione. Se all’ingresso le valutazioni di rischio nullo erano 46, durante la permanenza sono scese a 36. Parallelamente sono aumentate le valutazioni di rischio lieve, passate da 4 a 6, e quelle di rischio medio, salite da 2 a 6; sono comparse inoltre quattro valutazioni di rischio elevato, assenti al momento dell’ingresso. Nel loro complesso, questi dati indicano un peggioramento del profilo di rischio suicidario nel corso della detenzione.
Anche l’analisi degli eventi critici conferma una condizione di marcata fragilità. Durante la permanenza in sezione, almeno 22 giovani hanno manifestato comportamenti autolesivi, in particolare episodi di self-cutting e di ingestione di corpi estranei. In otto casi si è trattato di un singolo episodio, mentre negli altri i comportamenti si sono ripetuti nel tempo; in una situazione particolarmente grave, un singolo giovane ha manifestato 17 episodi di autolesione. A questi dati si aggiungono quelli relativi alla violenza subita: nove giovani hanno riportato di aver subito aggressioni fisiche da parte di altri detenuti durante la permanenza in sezione.
Nel loro complesso, questi elementi delineano una popolazione caratterizzata da una fragilità prevalentemente psichica, più che fisica. Se alcune condizioni di disagio risultano già presenti all’ingresso, altre emergono o si aggravano nel corso della detenzione, come dimostrano sia l’aumento delle diagnosi psichiatriche sia la variazione del rischio suicidario. Si tratta di giovani inseriti nel circuito della giustizia minorile, per i quali l’esperienza della detenzione in un contesto per adulti appare particolarmente problematica sul piano della tutela della salute e del benessere psicologico.
Nella sezione giovani adulti hanno lavorato operatori provenienti in parte dall’IPM del Pratello e in parte assegnati appositamente. Il Pratello ha messo a disposizione due unità del personale giuridico-pedagogico e nove agenti di Polizia penitenziaria. A questi si sono aggiunti altri agenti che hanno risposto a un interpello straordinario, con una specifica indennità per il periodo di apertura della sezione. La gestione del reparto ha quindi richiesto uno sforzo organizzativo aggiuntivo, fondato in larga misura su personale sottratto ad altri servizi e su soluzioni straordinarie per coprire i turni.
Anche sul piano sanitario è stato necessario costruire un dispositivo dedicato per rispondere ai bisogni di una popolazione particolarmente vulnerabile. Alla sezione sono stati assegnati in modo specifico un medico, un’infermiera, una psicologa e una psichiatra, che si sono affiancati ai servizi già attivi presso la Casa circondariale, tra cui la guardia medica h24, il SerD penitenziario e l’accesso agli specialisti interni (odontoiatria, cardiologia, oculistica, otorinolaringoiatria, nonché dietista e fisioterapista).
Nel corso della permanenza, 28 giovani hanno usufruito di prestazioni specialistiche erogate all’interno dell’istituto (in particolare radiologia, ecografia e odontoiatria), mentre 11 hanno avuto bisogno di prestazioni esterne, richieste per bisogni clinici emersi durante la detenzione, soprattutto in ambito neurologico, ortopedico, oculistico e odontoiatrico. Gli invii al Pronto soccorso sono stati complessivamente 15, un dato che segnala un ricorso non marginale a interventi sanitari in urgenza.
Particolarmente significativo è il dato relativo all’area psicologica e psichiatrica. Tutti e 52 i giovani sono stati sottoposti a una prima visita di ingresso, ma nel complesso le visite di questo tipo sono state 237, indicando un volume molto elevato di presa in carico nel corso dei mesi. Questo numero riflette, da un lato, un bisogno molto intenso da parte di questa popolazione detenuta e, dall’altro, una capacità del servizio sanitario di rispondere a tale domanda. Resta tuttavia aperta una questione di fondo: se e fino a che punto sia accettabile che giovani adulti del circuito minorile vengano collocati in un contesto tale da generare – o rendere necessario trattare – un livello così alto di sofferenza psichica e psicologica.
Davvero la sezione giovani adulti era l’unica opzione praticabile?
Al di là della durata limitata dell’esperienza, la sezione giovani adulti attivata alla Dozza pone una questione di fondo: fino a che punto soluzioni nate come eccezioni possono ridefinire, anche implicitamente, il perimetro del sistema penale minorile? L’attivazione di una sezione per giovani adulti all’interno di un istituto penitenziario per adulti rappresenta, in questo senso, una soglia simbolica, segnando uno spostamento significativo rispetto ai principi che hanno storicamente distinto la giustizia minorile dal sistema penitenziario ordinario.
L’esperienza bolognese non può essere compresa se non nel contesto di una fase di profonda tensione del sistema penale minorile che, come abbiamo visto, tra il 2023 e il 2025 ha registrato un incremento rapido e continuo delle presenze negli IPM. Come già evidenziato, tale crescita non appare riconducibile a un aumento della criminalità giovanile, ma piuttosto agli effetti delle recenti politiche penali, in particolare all’aumento del ricorso alla custodia cautelare e alle modifiche introdotte dal Decreto Caivano.
È in questo intreccio di fattori – crescita delle presenze, pressione sugli IPM e orientamento sempre più restrittivo delle politiche penali – che diventa comprensibile come il sistema abbia prodotto una soluzione come quella adottata a Bologna. Non perché Bologna rappresenti un caso eccezionale in sé, ma perché, a un certo punto, il sistema nel suo complesso ha ritenuto praticabile una risposta che fino a poco tempo prima sarebbe stata considerata incompatibile con i principi fondativi della giustizia minorile. Al tempo stesso, è importante ricordare che questa scelta è stata oggetto di critiche ampie e trasversali a livello locale, sia all’interno sia all’esterno dell’amministrazione: dalla Polizia penitenziaria agli educatori, dal comparto sanitario ai Garanti, fino alle realtà del volontariato, della cittadinanza attiva e delle istituzioni locali. Le numerose prese di posizione pubbliche, le interrogazioni e le iniziative di mobilitazione indicano che l’esperienza non è stata accettata come neutra o inevitabile, ma come una decisione calata dall’alto e fortemente controversa.
La sezione giovani adulti costituisce infatti una deroga rilevante al modello tradizionale del sistema penale minorile. La collocazione di soggetti formalmente inseriti nel circuito minorile all’interno di un carcere per adulti rompe una separazione che è sempre stata uno dei pilastri della giustizia minorile. La natura emergenziale e temporanea della soluzione è stata più volte ribadita, ma l’assenza di un quadro normativo specifico, di criteri chiari di attivazione e di una valutazione pubblica degli effetti solleva il rischio che esperienze di questo tipo possano essere riproposte in futuro come risposte ordinarie a problemi strutturali. Il caso bolognese mostra come, senza un ripensamento complessivo del sistema, l’eccezione rischi di trasformarsi in precedente, abbassando progressivamente la soglia di ciò che diventa accettabile per gestire una crisi che, in larga parte, le politiche penali hanno contribuito a creare.
Questa difficoltà emerge in modo particolarmente evidente se si considera la condizione dei giovani adulti, una categoria che occupa una posizione fragile e ambigua nel sistema penale. Non si tratta di “adulti qualsiasi”, ma di persone appena maggiorenni, spesso con percorsi educativi e trattamentali avviati in età minorile e fragilità psicosociali elevate. La loro collocazione in un carcere per adulti li espone a un rischio concreto di assimilazione nell’immaginario comune al sistema penitenziario ordinario, con effetti potenzialmente irreversibili sui processi di stigmatizzazione e sui percorsi di crescita e di integrazione.
L’attivazione della sezione ha inoltre prodotto ricadute sistemiche che hanno coinvolto non solo i giovani, ma l’intero istituto ospitante e il contesto penitenziario più ampio. La riorganizzazione interna della casa circondariale Rocco D’Amato, con trasferimenti forzati, spostamenti di sezione e invii verso altri istituti, ha inciso sulla quotidianità delle persone detenute e ha determinato difficoltà logistiche e organizzative per alcuni servizi, tra cui il Polo universitario, che ha peraltro perso numerosi iscritti. Anche il personale e la rete territoriale hanno risentito della complessità e dell’instabilità generate da questa scelta.
Un elemento particolarmente critico dell’esperienza bolognese riguarda la mancanza di dati pubblici sugli esiti dei trasferimenti. È noto che nel corso dei mesi 52 giovani sono transitati nella sezione, ma non risultano disponibili informazioni aggregate sulle loro destinazioni successive, sulla continuità dei percorsi educativi o sugli esiti concreti dei trasferimenti.
Questo vuoto informativo è tutt’altro che neutro. I 52 giovani non sono mai stati presenti contemporaneamente nella sezione – la capienza massima era di 50 ma non sono mai stati contemporaneamente in 50 in sezione – e quindi sono usciti progressivamente. Ma dove sono andati? Se la sezione avesse dovuto funzionare come “ponte” verso i nuovi IPM di Lecce, L’Aquila e Rovigo, il fatto che tali istituti non fossero ancora operativi al momento della chiusura rende inevitabile la domanda: quali soluzioni sono state adottate in concreto per quei 52 giovani? In assenza di dati ufficiali, si possono solo formulare ipotesi: alcuni potrebbero essere usciti per decorrenza dei termini, altri potrebbero essere stati inseriti in comunità o in soluzioni alternative, altri potrebbero essere rientrati negli IPM di provenienza o trasferiti in altri IPM, altri ancora potrebbero essere passati al circuito degli adulti, eventualmente anche nello stesso carcere della Dozza, anche alla luce delle possibilità introdotte dal Decreto Caivano per il trasferimento degli ultra-diciottenni per motivi disciplinari o di sicurezza. Ma si tratta, appunto, solo di ipotesi. Ed è proprio questo il punto: se queste soluzioni – comunità, rientro negli IPM, misure alternative o altre collocazioni – sono state praticabili alla fine dell’esperienza, non è chiaro perché non potessero essere attivate anche all’inizio, evitando l’apertura di una sezione emergenziale in un carcere per adulti.
L’assenza di dati pubblici sulle destinazioni dei 52 giovani non è quindi solo un problema informativo, ma un problema di trasparenza che impedisce di comprendere come siano state gestite le conseguenze di una scelta che ha inciso in modo profondo sulla vita di persone in una fase di particolare vulnerabilità. A questo vuoto di informazioni si affiancano dati sanitari che mostrano come l’esperienza abbia prodotto, o comunque accompagnato, un livello molto elevato di sofferenza psichica, con un peggioramento del rischio suicidario e un numero significativo di episodi autolesivi nel corso della permanenza.
Alla luce di questi elementi, la domanda non è solo dove siano finiti i 52 giovani, ma anche se una esperienza che ha generato un tale carico di sofferenza fosse davvero ineludibile o se potesse essere evitata attraverso scelte diverse, meno compressive dei diritti e più coerenti con le finalità del sistema penale minorile.
1 A maggio, l’IPM di Bologna versava in condizioni di abbandono e incuria, che sono state oggetto di una denuncia pubblica da parte di Antigone, cui sono seguiti successivi interventi di miglioramento dei locali.
