Sedare e contenere corpi: psicofarmaci e comunità terapeutiche
Luca Rondi
Sembra paradossale ma è così. Due modelli che fino a dieci anni fa non potevano neanche essere messi a confronto, oggi sembrano diventare dei vasi comunicanti non solo per le persone detenute ma anche per le “buone” prassi. Sotto il Governo Meloni la distanza tra il sistema di detenzione minorile, un tempo considerato un modello all’avanguardia[1], e quello per adulti si è assottigliata. Innanzitutto perché alcuni dei problemi da risolvere sono diventati drammaticamente gli stessi. Primo tra tutti il sovraffollamento, che oggi interessa per la prima volta in modo esteso anche gli Istituti penali per minorenni (Ipm), e quindi l’aumento di difficoltà nella “gestione” dei giovani detenuti che, sempre più esclusi dallo spazio di accoglienza, arrivano in Ipm con biografie e trascorsi molto complessi, magari con importanti pregressi di abuso di sostanze.
Questo incrocio di diversi fattori porta a quello che, più volte in questi anni, abbiamo raccontato su Altreconomia: l’aumento e l’utilizzo massiccio degli psicofarmaci. Al “Beccaria” di Milano, teatro di presunte violenze e soprusi, in cinque anni (2020-2024) l’aumento nell’utilizzo di antipsicotici e benzodiazepine è stato del 110%. Nel 2023 l’utilizzo di questi farmaci è stato di 8,3 volte superiore rispetto a Bologna e di 3,3 in più di Firenze, una forbice che si riduce nel 2024 (rispettivamente 4,8 e 2,4) solamente per il netto aumento dei consumi negli altri due[2]. Il ritornello della fragilità psichica fa sembrare un luogo unico i corridoi di San Vittore e quelli del Beccaria. Così come il rumore dei manganelli. Perché un altro punto di contatto mai sperimentato fino ad ora tra i due mondi sembrerebbe essere la violenza: quella presunta agita su almeno 33 giovani detenuti tra il 2021 e il 2024, su cui la Procura di Milano sta cercando di fare luce con gli indagati che a fine ottobre sono saliti a 51 compresi agenti, comandanti, direttrici, medici.
“Un sistema consolidato di violenze reiterate, vessazioni, umiliazione e pestaggi di gruppo”, ha scritto la Gip a metà aprile 2024 nella notifica d’arresto per 13 agenti. Sovraffollamento, psicofarmaci e violenza. Ma non solo. Perché il 2025 è anche l’anno in cui maggiormente abbiamo assistito al continuum tra i due istituti: i neomaggiorenni trasferiti nella “sezione speciale” della “Dozza” di Bologna lungo sei infernali mesi, o i trasferimenti frequenti dei neomaggiorenni nei circuiti per adulti. Per chi è straniero una crescente circolarità con i Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr), luoghi in cui la deriva manicomiale è sempre più evidente. Non importa quanti anni hai.
Eccoci qua: questo è il punto. La sovrapposizione dei due sistemi arriva all’origine perché si sdogana l’idea che, in fondo, sui minori si è sempre stati troppo leggeri e che l’aumento del disagio giovanile debba trovare solo un tipo di risposta. Lo dicono anche, come raccontato su Altreconomia, le falle del cosiddetto “decreto Caivano-bis” che doveva fornire la carota[3], con gli interventi che magicamente risolvevano i problemi delle periferie italiane, a fronte del bastone dell’aumento delle pene.
La dinamica di sovrapposizione tra sistema per adulti e minori ha compiuto negli ultimi mesi un salto ulteriore e inaspettato. Perché nella politica dei “contenitori” in cui isolare e trasferire quote di popolazione detenuta difficile da gestire – penso alla pasticciata vicenda dei container[4] piuttosto che alla preoccupante idea delle carceri come “case-lavoro”[5] – il paradosso vuole che una sperimentazione sui minori diventi modello per gli adulti.
Questo nonostante i dubbi sugli esiti della sperimentazione stessa. Mi riferisco alle Comunità terapeutiche sperimentali per minori con disagio psichico aperte in Lombardia nel marzo 2025, che sembrano piacere molto all’esecutivo. Il Governo avrebbe infatti proposto, nell’ambito della Conferenza nazionale delle dipendenze convocata dalla Presidenza del Consiglio dei ministri a inizio novembre 2025, l’apertura di simili strutture per alleggerire il circuito penitenziario dai soggetti adulti più problematici.
In queste comunità terapeutiche, in dieci mesi di funzionamento la difficoltà di gestione di questi ragazzi è emersa con forza[6]. Tutti gli ospiti hanno una diagnosi psichiatrica, quasi tutti una “doppia diagnosi” e quindi un abuso di sostanze. Condizione che spesso alimenta tensioni all’interno di strutture la cui retta giornaliera è di 320 euro – il doppio rispetto a quella delle strutture educative – a carico principalmente dell’Azienda sanitaria che ne copre il 60% (il restante 40% è in capo al Ministero della Giustizia). La tensione e gli agiti violenti all’interno delle comunità sembrano essere una costante in tali luoghi. In questi primi mesi di sperimentazione (marzo-dicembre 2025), il tempo di permanenza massimo previsto dalla legge, che è pari a un anno, sembra essere necessario nella sua interezza per i percorsi riabilitativi: a metà dicembre 2025 non erano infatti ancora state effettuate dimissioni.
A Casteggio, in provincia di Pavia, nei primi mesi di sperimentazione nella struttura sono stati presenti agenti di una società privata a scopo di sicurezza. “Vigilantes” che troviamo invece ancora attivi nella struttura di Botticino, in provincia di Brescia, “per garantire sicurezza ai lavoratori, soprattutto in orario serale. I ragazzi stanno male e nonostante le terapie e i farmaci, alcuni di loro hanno delle crisi aggressive e violente e bisogna essere preparati a contenerli. Anche se fino a oggi non è successo”, ci viene detto dal responsabile della comunità.
Raggruppare tutte le fragilità in una sola struttura, creare la comunità dei ragazzi problematici a fronte di quella dei ragazzi normali, ha un evidente effetto stigmatizzante che non potrà che impattare negativamente sul percorso di vita del giovane. Inoltre, come sottolineano gli esperti, previene la possibilità di attivare meccanismi di solidarietà e sostegno reciproco che sono alla base dei percorsi comunitari.
Mentre a Rovigo, in Veneto, verrà aperta la terza struttura entro l’estate 2026, le Comunità terapeutiche per minori sembrano però già aver superato la fase sperimentale. Diventano infatti in pochi mesi, come detto, un modello da esportare anche agli adulti. Con poche certezze e tante incognite. Due elementi da sottolineare già oggi però ci sono: da un lato, la proliferazione, come detto, dei contenitori in cui mettere “quelli che nessuno vuole” anche per i minori e i giovani adulti; dall’altro, la presenza tra i soggetti che inizialmente si sono candidati per gestire una delle comunità lombarde di una cooperativa che ha gestito in passato anche un Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Su una certa idea di cura alla base dell’intervento sociale un cerchio sembra già essersi chiuso.
[2] https://altreconomia.it/la-stretta-repressiva-sui-giovani-dagli-ipm-alle-comunita-ghetto/
[3] https://altreconomia.it/un-quartiere-alla-finestra-limpatto-del-decreto-caivano-bis-a-borgo-nuovo/
