Presentazione della ricerca “Il modello di detenzione su piccola scala per minori e giovani adulti. Il case study italiano”
Rachele Stroppa
Durante tutto il 2025 Antigone è stata impegnata nella ricerca, sostenuta e finanziata da Fondazione Compagnia di San Paolo, dal titolo “Il modello di detenzione su piccola scala per minori e giovani adulti. Il case study italiano”. Questo studio si inserisce in un momento di profonda trasformazione del sistema di giustizia minorile italiano. Il progetto nasce dall’esigenza di analizzare criticamente il modello italiano di detenzione per minori e giovani adulti alla luce dei principi della detenzione su piccola scala, recentemente identificati dal Consiglio dell’Unione Europea come buona prassi da implementare a livello europeo. L’ipotesi centrale dello studio è che il sistema italiano, pur presentando punti di continuità significativi con tale modello, stia attraversando una crisi strutturale che rischia di comprometterne i tratti distintivi e progressisti che lo hanno reso, fino a pochi anni fa, un’esperienza di riferimento nel panorama internazionale. Il Decreto Caivano, con il suo approccio securitario e repressivo, ha rappresentato una svolta simbolica e sostanziale, introducendo misure che privilegiano il controllo sulla rieducazione e che rischiano di allontanare il sistema italiano dai principi della detenzione su piccola scala.
Il modello di detenzione su piccola scala si fonda su tre principi fondamentali: le dimensioni ridotte delle strutture detentive, che favoriscono un approccio individualizzato e relazionale; la differenziazione dei percorsi in base ai bisogni specifici della persona; e l’integrazione permanente con il territorio e la comunità locale. Quest’ultimo aspetto riveste particolare importanza, poiché consente alle strutture di utilizzare i servizi comunitari esistenti e di mantenere legami significativi con la comunità, favorendo il reinserimento sociale e riducendo il rischio di recidiva. Il sistema italiano di giustizia minorile, storicamente caratterizzato da un approccio educativo, incarna a livello formale questi principi attraverso la rete composta da IPM, comunità e USSM.
Tuttavia, l’analisi empirica condotta attraverso 50 interviste semi-strutturate a operatori e giovani ristretti presso diversi IPM (Torino, Roma, Caltanissetta, Pontremoli e la sezione giovani adulti del Dozza di Bologna), tre comunità piemontesi e vari USSM, insieme a un focus group a cui hanno partecipato 11 attori del sistema torinese, ha fatto emergere criticità profonde. Il sovraffollamento degli istituti, la sovrarappresentazione di minori stranieri non accompagnati, l’aumento degli eventi critici, e una progressiva omologazione del sistema minorile a quello per adulti stanno minando i fondamenti stessi del modello educativo italiano. Il caso dell’IPM di Torino, in particolare, rappresenta un emblematico case study all’interno del più ampio caso studio nazionale, rendendo visibili le contraddizioni sistemiche che attraversano l’intero circuito penale minorile.
La ricerca ha posto particolare attenzione a due categorie soggettive: i giovani adulti (18-25 anni) e i minori stranieri non accompagnati. Per quanto riguarda i giovani adulti, l’indagine ha evidenziato come, a causa del decreto Caivano siano sempre più frequenti i trasferimenti negli istituti per adulti, dove sono sottoposti a condizioni di detenzione inadeguate alla loro fase evolutiva. Le interviste realizzate presso la sezione giovani adulti all’interno della Casa circondariale Dozza di Bologna, inaugurata a marzo e chiusa a fine settembre 2025, ha offerto dati preziosi su questo fenomeno, rivelando le difficoltà strutturali nell’implementare modelli educativi in contesti penitenziari pensati per adulti. Per quanto riguarda i MSNA, la loro presenza sovradimensionata dei MSNA nelle carceri minorili restituisce l’immagine di un doppio binario ormai strutturale, prodotto dalla selettività del sistema penale, anche in ambito minorile, che sempre più frequentemente è espressione di una prospettiva eziologica e culturalista.
Un elemento centrale emerso dalla ricerca riguarda poi il progressivo deterioramento delle dimensioni ridotte come principio organizzativo all’interno del sistema di giustizia minorile italiano. Se storicamente gli IPM italiani erano caratterizzati da capienze contenute (tra i 12 e i 52 posti secondo i dati del Garante Nazionale aggiornati al marzo 2025), il sovraffollamento ha compromesso la possibilità di garantire percorsi davvero individualizzati. L’IPM di Torino, con una capienza regolamentare di 46 posti, ha vissuto periodi di grave sovraffollamento che hanno messo sotto pressione l’intero sistema educativo e hanno contribuito all’aumento delle tensioni e degli eventi critici. In generale, le interviste agli operatori hanno rivelato come la conoscenza approfondita dei giovani, fondamento della sicurezza relazionale (declinazione della sicurezza adottata dal modello di detenzione su piccola scala), diventi impossibile quando i numeri superano le capacità strutturali e di personale.
Anche il principio dell’integrazione con il territorio appare in crisi. Sebbene formalmente il sistema preveda una stretta collaborazione tra IPM, USSM, comunità del circuito penale, servizi territoriali e enti del terzo settore, nella pratica emergono difficoltà significative. Le comunità piemontesi coinvolte nel lavoro sul campo hanno segnalato problemi di coordinamento, carenza di risorse e difficoltà nel mantenere progetti educativi a lungo termine, soprattutto in un contesto caratterizzato da continui cambiamenti normativi.
Un’esperienza particolarmente virtuosa nel contesto torinese, rivolta ai ragazzi nella fase post-detentiva, è rappresentata dalla Casa delle opportunità di Torino. Il progetto mira a favorire l’acquisizione dell’autonomia e a sperimentare un modello abitativo sostenibile, in continuità con le azioni del progetto operativo NOMiS della Fondazione Compagnia di San Paolo, rivolto a ragazzi stranieri che, concluso un percorso penale, non abbiano ancora raggiunto un’autosufficienza economica, affettiva o psicologica sufficiente per accedere e mantenere un’adeguata sistemazione abitativa. In assenza di un supporto strutturato, infatti, si rischierebbe di compromettere il lavoro educativo svolto fino a quel momento, con possibili ricadute nei circuiti penali.
Si tratta di un’iniziativa coerente con il modello di detenzione su piccola scala: pur intervenendo nella fase post-detentiva, riflette i tre principi cardine della small-scaled detention. Per valorizzare questa esperienza nell’ambito della ricerca, è stato realizzato un video, accessibile al seguente link.
Dall’indagine qualitativa realizzata emerge anche una preoccupante frattura tra la cultura professionale degli operatori e le nuove sfide poste dall’utenza in trasformazione. Molti operatori hanno espresso difficoltà nell’adeguarsi ai cambiamenti, lamentando la mancanza di formazione specifica per lavorare con MSNA o con giovani con problematiche di salute mentale.
La ricerca si conclude con una serie di riflessioni articolate su due livelli. Sul piano del modello di detenzione su piccola scala, si sottolinea l’urgenza di mantenere dimensioni contenute nelle strutture, investire nella formazione continua del personale, rafforzare l’integrazione con i servizi territoriali e implementare un regime detentivo specifico per i giovani adulti che eviti i trasferimenti negli istituti per adulti. In particolare, dalla ricerca sul campo emerge una preferenza condivisa per istituti di piccola dimensione (circa 30 persone), che favoriscono la presa in carico individualizzata, la sorveglianza dinamica, la de-escalation di tensioni e la costruzione di relazioni significative tra personale e detenuti. Tuttavia molti intervistati hanno evidenziato come i numeri ridotti da soli non bastano: è necessario un rapporto adeguato tra staff e detenuti, personale formato e ben organizzato, con collaborazione tra le diverse aree della struttura e integrazione con i servizi territoriali.
Il modello su piccola scala presenta anche alcuni limiti: difficoltà a organizzare attività culturali ed educative diversificate, limitazioni nella costruzione di relazioni tra pari e complessità logistiche legate alle scarse risorse. La mancanza di investimenti, attualmente concentrati soprattutto su sicurezza e nuovi spazi, rende difficile una piena adesione del sistema penitenziario minorile italiano ai principi della detenzione su piccola scala.
Sul piano più generale del sistema di giustizia minorile italiano, la crisi attuale sembra derivare dalla progressiva svalutazione delle specificità che lo hanno storicamente caratterizzato e reso coerente con il modello di detenzione su piccola scala. Gli elementi che compromettono attualmente il sistema minorile risultano infatti speculari a quelli che determinano la crisi del penitenziario per adulti, segnando un pericoloso avvicinamento tra i due sistemi.
Due fattori principali sembrano alimentare questa crisi. Il primo riguarda la crisi di legittimità dell’istituzione penitenziaria, sempre più percepita come incapace di assolvere al proprio mandato rieducativo. L’inadeguatezza della strategia punitivo-premiale del modello correzionalista italiano, insieme all’adozione della custodia chiusa, al sovraffollamento e alle condizioni di vita deteriori, rendono l’esperienza detentiva poco legittima agli occhi dei ragazzi ristretti. Esattamente come accade anche agli adulti. Il secondo fattore concerne la cultura professionale degli operatori penitenziari, il cui habitus in senso bourdieusiano sembra rivelarsi inadeguato di fronte ai cambiamenti dell’utenza, in particolare rispetto ai MSNA. La difficoltà di interpretare i comportamenti dei ragazzi, percepiti come privi di razionalità utilitaristica, porta gli operatori a ricondurre le condotte problematiche a cause culturali esterne, su cui ritengono di non poter intervenire.
Dal punto di vista dei ragazzi ristretti, emerge con forza il senso di appartenenza al gruppo come risposta al bisogno di accettazione e come strategia di sopravvivenza in un contesto ostile. Queste dinamiche di gruppo, spesso basate su divisioni etniche e nazionali, vengono assecondate dall’istituzione incapace di proporre alternative efficaci alla logica della separazione. L’adesione al gruppo, particolarmente rilevante per i ragazzi stranieri che affrontano abbandono e marginalità, non rappresenta una velleità oppositiva quanto piuttosto una strategia per ottenere riconoscimento e protezione.
In conclusione, l’analisi del modello di detenzione su piccola scala rappresenta un’occasione per riflettere sui processi sociali che coinvolgono i giovani nel circuito penale e per interrogarsi sul tipo di società che si intende promuovere. Il modello della small-scale detention costituisce un orizzonte auspicabile per armonizzare il piano formale con quello della prassi, pur riconoscendo che tra queste due dimensioni permane uno scarto inevitabile nel contesto penitenziario, dove il divario di potere e le dinamiche di controllo raggiungono la loro massima intensità.
