Minorenni criminali. Quando i media subiscono l’agenda
Andrea Oleandri
C’è un allarme criminalità minorile in Italia? Se si guarda ai dati la risposta è sicuramente negativa. Il numero delle denunce a carico di minorenni, seppure in crescita nell’ultimo periodo, è comunque a livelli già toccati negli anni recenti e presenta un andamento ondivago proprio di ogni fenomeno sociale senza evidenziare alcuna particolare emergenza. Ma se si guarda invece al racconto che del tema viene fatto dai media la risposta cambia.
Sicuramente la maggior parte di noi avrà notato come esistono notizie che appaiono nella cronaca dei giornali, vi permangono per qualche giorno o settimana e poi scompaiono.
Non è un fenomeno nuovo. Lo abbiamo visto fare in passato su tanti temi e non solo di cronaca. Su quello dell’immigrazione. Ma anche, ad esempio, sulla questione borseggiatori. Circa un anno fa c’è stato un periodo in cui non si parlava d’altro. Sembrava che fosse la questione dirimente su cui impattava la sicurezza delle città. Poi più nulla? Risolto? No, molto più banalmente il tema è uscito dall’agenda. Ma quel parlare spasmodicamente dell’argomento è stato (anche) tra i presupposti del decreto sicurezza approvato nell’aprile 2025.
Nel 1972 Maxwell McCombs e Donald Shaw teorizzavano l’agenda setting, un processo attraverso cui alcuni temi diventano “importanti” nel dibattito pubblico, mentre altri restano marginali o invisibili. Questa non dice cosa pensare, ma su cosa pensare: se un tema è ovunque, finisce per sembrare prioritario.
Quando un tema viene trattato con una certa ripetizione, gli viene data una grande visibilità e lo si premia nella gerarchia delle notizie, consegna al pubblico una descrizione di un fatto o di un fenomeno sociale il cui impatto percepito sarà molto più ampio dell’impatto reale.
L’agenda setting ha un’altra importante conseguenza: non solo stabilisce infatti di cosa parliamo, ma anche di cosa smetteremo di parlare. Dunque spesso è più facile e preferibile parlare di sicurezza invece che di economia (in un paese che da ormai anni cresce molto meno della media dell’Eurozona), di baby gang invece che di politiche sul lavoro (il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è di circa il 20% e solo nel 2024 sono stati 78.000 i giovani tra i 18 e i 34 anni che hanno lasciato il paese).
Poi ci sono altre due peculiarità in Italia, raccontate da diversi report: una “densità” di notizie di cronaca nera ben superiore alla media dei principali paesi europei e la “serialità”, cioè il fatto che alcune notizie diventano ricorrenti. Due fattori che, come ricordava un rapporto di Demos-Unipolis del 2017, confermano la scelta dell’informazione italiana di “prendere le distanze dalla realtà”.
Ad avere il potere di “imporre” i temi dell’agenda sono spesso proprio gli attori politici che per funzioni e potere hanno facilità ad accedere ai media. Sono spesso loro a dettare cosa sia rilevante e cosa no. E notizie che ogni giorno passano inosservate, tra le moltitudini che arrivano alle redazioni, diventano improvvisamente centrali. Ciò anche a causa di un panorama mediatico, come quello italiano, sempre più debole, dove il pluralismo e l’indipendenza non sono sempre forti (elementi di preoccupazione, questi, segnalati da ormai decine di report nazionali e internazionali). Una volta attivata l’attenzione su un tema, il dibattito si sviluppa coinvolgendo poi la quasi totalità dei media tradizionali, gli influencer e gli opinion leader, gli altri attori politici e il pubblico più vasto attraverso le piattaforme digitali che, tramite algoritmi che premiano engagement, conflitto e polarizzazione, costruiscono una cornice ampia dove, a prescindere dalla sua rilevanza effettiva, quel tema diventa il solo tema in assoluto.
Ciò vale ad esempio per la questione criminalità minorile. A essa è stato dedicato un decreto legge approvato nel settembre 2023, il cosiddetto decreto Caivano, e parte delle norme contenute nel pacchetto sicurezza attualmente in discussione sono specificatamente pensate per i minori, a partire dai 12 anni di età. Eppure, al di là del dato che non vede un aumento della criminalità giovanile, se si guarda al tema più generale della sicurezza si vede come i reati denunciati in Italia alle forze dell’ordine siano stabili nel tempo, ovvero poco più di 2 milioni ogni anno. Di questi, circa 30 mila sono commessi da minorenni, che sono dunque responsabili dell’1,5% dei reati commessi nel paese.
E allora perché tutta questa attenzione politica e mediatica verso un fenomeno tutto sommato di impatto così contenuto?
C’è un tema che ritorna spesso e di cui invece sui media, specie quelli generalisti, si parla poco. Dal Covid in poi la salute mentale dei ragazzi è peggiorata. Lo raccontano studi e ricerche e lo raccontano gli esperti. Si tratta di un problema ampio, che riguarda molteplici fattori, che interroga le famiglie e lo Stato. Su cui una certezza c’è: non si può intervenire con un decreto legge e con interventi spot. Serve confronto, studio, approfondimento. Serve mettere in campo risorse, finanziarie e sociali. Non esistono ricette semplici.
Si tratta di un tema difficile da raccontare, anche sui media. Probabilmente noioso per il pubblico, perché privo di quegli elementi di “voyeurismo” mediatico a cui le persone si sono abituate. Perché non aiutano le interazioni, non è un tema da click baiting, non polarizza come invece fa un crimine. La politica lo sa. E sfrutta a proprio vantaggio gli strumenti che ha.
I media (nessuno si offenda per la generalizzazione, chi scrive sa bene che i media non sono tutti uguali e tantomeno i giornalisti) dovrebbero invece tornare a fare il loro lavoro, alimentando e contribuendo a costruire l’agenda e non subirla.
