Andare in Marocco a fare una vacanza
Perché dietro l’angolo c’è sempre una speranza
Portare sua madre magari un giorno in Turchia
E non farla più venire in sto cazzo di Beccaria
Kenzoo, “
SIMO

“Per fortuna mi hanno riportato qui, all’infermeria del Beccaria. Perché almeno qui ci sono delle regole. In comunità non ci riesco a stare. Perché appena vedo un po’ di libertà impazzisco e allora scappo. Invece qui, che la libertà non c’è, sto tranquillo.”
Intervista ad un ragazzo ristretto, 2023

Nella retorica del penitenziario, nelle sue molteplici forme, uno degli argomenti più ricorrenti è l’assenza di risorse. Tra le ragioni per cui, frequentemente, il trattamento naufraga, c’è la mancanza di possibilità concrete: attività, investimenti, relazione tra carcere e città, percorsi personalizzati, investimento sulle persone.
Ritornano come un mantra nelle critiche alle strutture penitenziarie: “assenza di progetti”; “pochi volontari”; “pochi spazi dedicati”, “scarso investimento sul trattamento”.
Eppure c’è una vicenda che smentisce questo teorema sui requisiti possibili per applicazione dell’art. 27 della Costituzione, e lo nega nei confronti di coloro che più avrebbero -sulla carta- più chances di realizzare tali obiettivi: i ragazzi minori ospitati nell’IPM Beccaria.
Perché accade questo? Com’è possibile che uno spazio di privazione della libertà, nella città più ricca e “col coeur in man” del paese fallisca questo obiettivo nonostante il dispiegamento di forze, volontari e attività? Ci sono molteplici ragioni, non tutte lineari, ma gli ultimi anni dell’IPM Beccaria raccontano molto non solo del senso della pena, ma anche delle trasformazioni dell’Italia e delle sue istituzioni.
L’istituto sito in via Calchi Taeggi ha rappresentato per lunga parte della sua esistenza un’eccellenza, tanto per gli spazi, quanto per i percorsi attivati per i giovani ristretti.
A poca distanza dalla metropolitana di Bisceglie, nell’incrocio tra il degradare dei grattacieli e il residuo agricolo dell’area sud-Ovest della città, l’IPM Beccaria ha da sempre rappresentato uno degli istituti più importanti d’Italia, complici la lauta spesa in termini di risorse economiche tanto del settore pubblico, tanto di quel privato sociale caritatevole della città meneghina. Per la prima fase della sua istituzione, il “Beccaria”, dal nome evocativo che richiama una pena proporzionata all’offesa e la declinazione in termini umanitari dell’esercizio del potere punitivo, è stato a lungo uno dei “modelli da seguire” della giustizia minorile italiana. Eppure, negli ultimi 15 anni, quegli spazi e quella progettualità hanno ceduto il passo ad una costante sofferenza umana, sintomo di un’altrettanta sofferenza metropolitana e strutturale. La struttura è un complesso demaniale del Comune di Milano degli anni Cinquanta, ha presentato negli ultimi 20 anni necessità di interventi di ristrutturazione totale, partendo dall’area detentiva. Ci sono due palazzine simmetriche. I primi lavori hanno riguardato la prima palazzina, ovvero il primo lotto che ospita attualmente i ragazzi, e solo recentemente hanno permesso la riapertura anche del secondo lotto. In particolare, tale ristrutturazione ha visto la sua conclusione a seguito degli eventi che hanno coinvolto l’istituto durante le festività natalizie 2022, ma gli interventi architettonici erano iniziati già nel 2008, lavori che avrebbero dovuto concludersi in tre anni ma che sono stati interrotti per problemi legati all’assegnazione dell’appalto. Una ristrutturazione che per lungo tempo ha condizionato la chiusura di un’intera ala dell’edificio, diminuendo i posti disponibili e trasferendo definitivamente il reparto femminile altrove. Ad oggi a quei cantieri non è stata ancora apposta la degna conclusione, con una situazione di precarietà logistica che ha costretto operatori e giovani detenuti a non poter sfruttare appieno le potenzialità della struttura, che in molte aree risulta un cantiere a cielo aperto, transennata o ricoperta da ponteggi, minando la credibilità dell’investimento statale sull’opera e sulla progettualità. L’ultimo anno, complice l’attenzione sull’istituto legata alle vicende di cronaca, ha visto una concreta accelerazione negli interventi e un intervento sugli spazi che ha portato a quasi il raddoppio delle presenze. Tuttavia, l’ignavia urbanistica ha sicuramente contribuito ad affievolire la relazione -conflittuale- tra utenti e istituzione, ribaltando negli ultimi tempi la funzione della pena detentiva per i minori e i giovani adulti.
Alla sciatteria della struttura si è accompagnata una gestione istituzionale passata e presente molto critica: mancanza di un direttore stabile e capienza ridotta per i lavori di manutenzione straordinaria.
Dal 1 dicembre 2023, finalmente si è insediato un nuovo direttore stabile, dopo molti anni in cui l’istituto è stato retto da direttori facenti funzione che -pur con tutta la buona volontà- lavoravano in istituto solamente 2-3 giorni alla settimana. Inoltre, non risulta garantito né il presidio medico né un organico amministrativo stabile.
L’istituto è al momento il più grande e più affollato d’Italia. L’apertura dell’ex femminile ha portato ad un aumento delle presenze, ma non è stata accompagnata da una vera e propria riorganizzazione del personale. Per questo, non tutti possono partecipare alle molte attività presenti. Le ristrutturazioni infrastrutturali non sono state accompagnate da un ripensamento funzionale degli spazi. Nel corso dell’osservazione è emersa l’assoluta mancanza di suppellettili nelle aree comuni, che presentano caratteri di abbandono. Le celle, anche del nuovo lotto, sono piccole per tali numeri, e nel corso della visita un letto era incastrato su un altro per liberare spazio per muoversi all’interno.
All’oggi, l’istituto conta 71 ragazzi presenti al 31 gennaio 2024, rappresentando la maggior concentrazione di minori in attesa di giudizio o condannati d’Italia, oltre alla maggior presenza in assoluto di ragazzi stranieri (sfollati dalla Lombardia negli IPM di tutta Italia). Tale composizione impatta non solo sulla vita quotidiana in istituto, ma anche sulla gestione, sui legami (o non legami) con famiglia e territorio, e sulle alternative all’IPM, che dovrebbe essere l’extrema ratio, ma in questi casi spesso è l’unica ratio.
Questo spiega, per alcuni versi, il numero delle esecuzioni penali che è molto limitato rispetto al numero elevato di custodie cautelari. Ciò implica, ancora una volta, maggiore difficoltà nella progettualità.
Tale composizione impatta sia sulle condizioni di vita quotidiana, che sul trattamento. Se nella gestione dell’istituto si adotta il criterio della progressione trattamentale, non si riscontrano le tradizionali divisioni tra minori/giovani adulti, né nel collocamento nelle sezioni detentive, né nelle attività. Le possibilità di trattamento se non guidate da un orientamento di senso riescono ad agganciare poco i giovani presenti, se non coloro che già all’ingresso presentano maggiori risorse personali e possibilità di riuscita.
La crescita delle presenze, raddoppiate, è stata raggiunta negli ultimi mesi dopo la riapertura del c.d. padiglione femminile, un intervento di edilizia pubblica che ha visto incredibili traversie. In ogni caso, la città metropolitana produce di per sé un numero di arresti e custodie cautelari di minori ben superiori alle capacità dell’istituto, che sfolla sugli altri IPM soprattutto i ragazzi Minori stranieri non accompagnati (MSNA).
Il ritiro della “gestione” dell’istituto, tanto dal punto di vista degli spazi, quanto della funzione, pur a fronte delle molte attività e dei molti sforzi di operatori e volontari, si è riverberato in una crescita degli eventi critici e della conflittualità in istituto.
Se da più parti si è sollevata la questione dell’aumento della violenza e della conflittualità sociale, con dibattiti che spesso hanno trasceso e portato ad un maggior irrigidimento delle pene nei confronti dei minori -si veda ad esempio il decreto Caivano- questa spiegazione legata alle contingenze manca forse di alcuni aspetti. Matthews (2003) e Fagan (1995) quasi trent’anni fa hanno iniziato a parlare di alcuni processi comuni alla detenzione minorile nei contesti europei.
Il primo processo individuato è quello di intensificazione della custodia, ossia “L’intensificazione dei regimi di custodia dei minori ha assunto diverse forme. In primo luogo, c’è una crescente erosione della differenza tra le istituzioni per la carcerazione dei minorenni rispetto a quelle tradizionalmente destinate agli adulti (Fagan 1995)”. Questa ibridazione, sempre maggiore, trova riscontro nei dati e nelle scelte delle procedure di custodia. Nel solo 2023, sono ben 18 le persone che sono state trasferite da San Vittore all’IPM, per una rivalutazione della minor età. Tanto le procure, quanto le polizie, hanno deciso -nell’incertezza- di collocare dei sospetti minori nel carcere degli adulti, e non viceversa, in nome della “pericolosità”.
Un secondo fenomeno identificato da Matthews è la medicalizzazione, “la medicalizzazione e la patologizzazione del giovane reo. Sempre di più i giovani considerati a rischio o potenzialmente problematici vengono anche considerati bisognosi di un trattamento medico” (Matthews, 2003) che trova riscontro nelle osservazioni in istituto. Nel corso delle visite abbiamo osservato come la crescente medicalizzazione sia un dato di fatto. Molti operatori hanno riferito delle difficoltà di eliminazione del Rivotril, già assunto dai ragazzi prima dell’ingresso -spesso utilizzato, nelle parole degli operatori, per la gestione nelle comunità, soprattutto di MSNA e della fortissima presenza di tossicodipendenti. Come ha riferito il Garante del Comune di Milano nel suo rapporto sull’istituto dell’aprile 2023, “Allarmante il poliabuso di sostanze, ragazzi psichiatrici con una sanità che fatica a garantire le risorse necessarie per un’adeguata presa in carico. Spesso presentano reati carichi di violenza che vanno oltre l’intenzionalità. Le certificazioni psichiatriche non vengono fatte, vista l’età evolutiva”.
Il terzo processo descritto da Matthews è la “colonizzazione”, che si riscontra anche nell’istituto milanese ossia la forte presenza di minori stranieri, soprattutto in crescita. Ragazzi dal vissuto spesso tragico, che dovrebbero essere destinatari di massima tutela e attenzione da parte dell’istituzione. Negli ultimi anni, come riporta una recente intervista al nuovo direttore Ferrari, sono entrati 229 ragazzi stranieri, di cui 130 minori stranieri non accompagnati. Si tratta di numeri che sono raddoppiati rispetto al 2022, anno in cui erano entrati 103 ragazzi stranieri e 37 MSNA. Nel report del Garante, il tema è oggetto di forte allarme: “Un fenomeno significativo: innalzamento dei minori stranieri non accompagnati. È uno spaccato preoccupante in termini di risorse e percorsi per l’uscita dal circuito penale. Tendenzialmente se messi in comunità, fuggono. Difficoltà di convivenza, ragazzi che addirittura non sanno usare i servizi igienici”.
Se i processi individuati da Matthews collocano l’istituto in un trend più generale, e forse anche sulla detenzione minorile -così come quella degli adulti- Milano ha una capacità anticipatoria dei processi, per chi osserva il progetto IPM rimane sbalorditivo il dispendio di risorse rispetto ai risultati, la frustrazione degli operatori e dei volontari e la sofferenza dei ragazzi che abitano tali spazi che emerge dalla cronaca degli eventi.
La nomina di un direttore fisso lascia ben sperare che possa ritornare una progettualità sull’istituto in grado di mettere a valore l’investimento tanto personale quanto materiale sul trattamento che non trova un’efficacia concreta negli spazi del Beccaria. Non serve la retorica sul futuro per comprendere come un maggiore investimento sulle comunità pubbliche, sulle progettualità anche per MSNA e sulla “cura” dell’istituto siano la principale ricetta per ridurre la recidiva e per avviare progettualità differenti e più incisive. Ma non basta pensare che un istituto possa da solo ovviare alle sofferenze di una città. La pena -soprattutto per i minori- è una “pena del tempo perso”, anche l’IPM rischia di diventare uno spazio di scarico e, di fatto, un reparto distaccato per “giovanissimi adulti”. Se da più parti si invoca maggiore severità, non è con il rafforzamento della custodia che lo spazio dell’IPM troverà una sua quiete, anzi. Pensiamo che sia solo una visione sul senso del tempo in istituto, sull’adeguata valutazione dei ragazzi (tra infantilizzazione e autonomia) la ricetta per cambiare il corso degli eventi. Pensiamo inoltre che la città debba iniziare a pensare a percorsi più strutturati sul prima (le comunità per minori, le comunità per MSNA) e sul dopo (comunità pubbliche, borse lavoro, formazioni).
Quel rischio va ribaltato in primis sul piano della visione: se sulla detenzione tradizionale si critica spesso il processo di “infantilizzazione”, sulla minorile è necessario rivedere il processo di “adultizzazione” dei ragazzi, moderare l’attribuzione di etichette di “pericolosità”, ridurre il razzismo e la discriminazione e riportare il percorso in IPM nel solco per cui era stato pensato: uno spazio di possibilità, di studio, di formazione, di pensiero di un’alternativa.