Poco più di venticinque anni fa un gruppo di volontarie e volontari guidati dalla mente aperta, creativa e al contempo molto pratica di Don Ettore Cannavera ha dato vita a un progetto di alternativa al carcere in Sardegna: la comunità La Collina. Una realtà che accoglie giovani adulti in esecuzione penale esterna. Don Ettore è stato per lungo tempo il cappellano del vicino istituto penale per minori di Quartucciu e racconta così la sua esperienza:

“Davvero non si può fare di meglio? È la domanda che mi sono posto mezzo secolo fa, quando ho deciso, per libera scelta, di dedicarmi al carcere minorile. Qualcosa di ancora più inutile e sciocco di quello per adulti. E ben più costoso. Ci ho passato gli anni là dentro, le notti. Rendendomi conto che i minori, in quel casermone, non avevano nessuna possibilità di essere rieducati (…). Quindi ho preso una decisione: se il carcere era stupido, costoso ed inutile, ne avrei realizzato uno io. Utile ed economico, quindi intelligente. E mi sono messo al lavoro”.

Nasce un progetto coraggioso e a tutt’oggi attivo che trae ispirazione dalla pedagogia degli oppressi di Paulo Freire e le posizioni dell’abolizionismo penale. L’esperienza è conosciuta da chi immagina delle alternative reali al carcere.

La comunità si trova a Serdiana, in provincia di Cagliari, immersa nella natura e lontana dalla frenesia cittadina. Gli spazi abitativi e dedicati alle attività quotidiane sono circondati da vigne e ulivi, nelle giornate limpide in lontananza si scorge il mare e grandi stormi di rondini attraversano il cielo. I tramonti, visti dalle grandi terrazze sospese, lasciano senza fiato e le notti sono illuminate solo dalle stelle. Per conciliare il riposo e la riflessione a tarda sera tutte le luci si spengono e al risveglio si pratica qualche momento di silenzio. Insieme a una preziosa e vivace squadra di operatrici e operatori di condivisione (così sono chiamati gli educatori alla Collina), Ettore porta avanti da anni la sua missione: offrire nuove prospettive biografiche a ragazzi che a causa di problemi con la giustizia hanno conosciuto il freddo e la durezza del carcere. Come scrive Gherardo Colombo: “nella comunità di Serdiana c’è la vita insieme”.

La comunità è aperta, non ci sono sbarre alle finestre, non ci sono porte chiuse o cancelli bloccati, non ci sono nemmeno telecamere. Alla persona accolta in Collina viene restituita la responsabilità e la possibilità di autodeterminarsi ogni giorno attraverso la scelta di rimanere e la volontà di cambiare le proprie convinzioni e prospettive di vita, senza mai essere lasciata sola. La comunità è attraversata da volontari, personale tecnico-amministrativo, ex detenuti che hanno mantenuto i contatti, collaboratori agricoli, tanti amici e la bibliotecaria sempre disponibile ad offrire consigli di lettura. A differenza del carcere, che opera come divisore simbolico e fisico, alla Collina si facilita il totale ricongiungimento della persona con le dimensioni famigliare, comunitaria e sociale. Un lavoro complesso che si giova della collaborazione della comunità in senso esteso: società libera, rappresentanti di gruppi politici e simpatizzanti che a vario titolo si avvicinano contribuendo a disfare lo stigma che caratterizza i giovani detenuti. In questa ottica le occasioni di formazione professionale per gli operatori sono proposte in forma aperta e coinvolgono sia la società civile che le persone detenute: due volte al mese, il giovedì sera, viene organizzata una ‘serata culturale’ aperta a tutte e tutti. Durante il mio soggiorno prolungato di ricerca presso la Collina ho avuto il piacere di partecipare a una di queste serate. Condivido una parte del brano teatrale ascoltato e che ben descrive, a mio avviso, la forma mentis del Progetto:

“Era il 1935, c’era la guerra in Etiopia, l’espansione dell’impero coloniale fascista, avevo dieci anni, ero un balilla anch’io ero un balilla. (…). C’era un giornalino a fumetti: il Balilla. Narrava delle eroiche imprese si un balilla in terra d’Africa, la mia ambizione massima era ammazzare un abissino. Ora, dice Andrea Camilleri: io non so che tipo di operazione, di lavaggio avessero fatto al

mio cervello per far sì che un bambino di 10 anni potesse pensare di ammazzare un abissino e peggio potesse pensare di ammazzare. Scrissi a Mussolini (…) Il segretario era il fratello minore di Luigi Pirandello, mi chiamò e mi disse: hai scritto a Mussolini? Sì. Ti ha risposto! Mi fece vedere la lettera con l’intestazione: partito nazionale fascista, fate sapere al balilla Andrea Camilleri che è ancora troppo giovane ma non mancherà di sicuro occasione (…). Firmato M gigante. La lettera la tenne il professor Innocenzo Pirandello, purtroppo, l’avrei incorniciata al mio studio a ricordo di come tutti – tutti – si passa un’età nella quale si è incredibilmente e irrimediabilmente cretini”.

Al termine delle serate culturali viene aperto ‘il negozietto’, dove si vendono i prodotti raccolti dall’orto e dal frutteto durante la settimana e anche l’olio e il vino. Sono i detenuti stessi che lavorano i campi e tengono puliti e ordinati gli spazi della Collina. In relazione a questo impegno percepiscono un piccolo contributo mensile per le spese di vitto e alloggio relative al loro soggiorno in comunità. L’équipe è consapevole che per favorire, al termine della condanna, le occasioni lavorative e abitative è importante disporre di una propria indipendenza anche economica. In virtù di questo si è scelto di rinunciare a pratiche assistenzialiste e infantilizzanti ma di favorire il più possibile l’attivazione di stage e tirocini da svolgersi all’interno o all’esterno.

Oggi la comunità è un grande complesso costruito intorno alla prima casa che prende il nome di Collina 1. Le persone che arrivano dal carcere abitano invece in quella che è chiamata Collina 2, condividendo un grande appartamento con cucina e ampio soggiorno. Alloggiano principalmente in camere singole dotate di bagno proprio. Vi è poi una più ampia sala detta ‘comunitaria’ attrezzata con una cucina professionale e una pizzeria con forno a legna. Tutti gli ambienti sono climatizzati, luminosi e arredati modernamente. Arrivano alla Collina giovani da tutte le parti d’Italia, non solo sardi. Regolarmente si organizzano momenti conviviali con famigliari e figure importanti per gli accolti, dando in questo modo la possibilità di mantenere viva la propria rete affettiva in uno spazio ben meno rigido di quello riservato ai colloqui dentro le mura del penitenziario.

Nella carta dei servizi della comunità si legge:

“In Collina possono essere accolti tutti i ‘giovani adulti’ di età compresa tra i diciotto e i venticinque anni cui l’autorità giudiziaria consenta di usufruire di misure sostitutive o alternative alla detenzione e debbano completare un programma rieducativo e riabilitativo già avviato presso istituti di pena o altre comunità. Eccezionalmente possono essere accolti anche giovani che hanno concluso il periodo di espiazione penale ma non sono ancora del tutto autonomi. La Collina non fornisce servizi di pronta accoglienza e non garantisce interventi urgenti”.

La quotidianità alla Collina è scandita da un ritmo ben preciso che tiene tutti impegnati per superare la noia e la staticità tipiche della vita in carcere. La sveglia suona presto al mattino e dopo una frugale colazione insieme iniziano le attività lavorative che sono ogni giorno diverse: giardinaggio, pulizie, preparazione pasti, raccolta olive, cura del pollaio e tutto ciò per cui è necessario attivarsi in base al periodo dell’anno e alla maturazione dei prodotti agricoli. Talvolta vengono attivati dei corsi di formazione professionale con insegnanti specializzati e in questo caso viene data priorità alla frequenza a scuola. Dopo il pranzo è di nuovo il momento del silenzio e del riposo che termina qualche ora dopo quando ci si ritrova per sistemare le stanze, fare le lavatrici, prendere la legna per accendere il fuoco e tutte quelle attività che caratterizzano la vita domestica. Il lavoro del pomeriggio non è formalmente retribuito poiché si inscrive in un progetto di ‘giustizia riparativa’ dove la persona è invitata a ‘mettersi a disposizione’ per riparare il danno sociale collegato al reato commesso. Prima di cena ci si siede insieme per l’ora culturale: un momento di scambio gruppale su tematiche proposte dai partecipanti. In questo spazio si può parlare di tutto, seguendo la regola del rispetto reciproco e dell’ascolto. Non è raro che vengano intavolate discussioni sulle precedenti esperienze in carcere o sulle personali scelte affettive e sessuali. Nel pensiero che sposano Don Ettore e l’équipe della Collina, fanno da guida l’apertura e la

consapevolezza che il benessere si raggiunge sentendosi liberi di esprimere il proprio punto di vista senza il giudizio e ascoltando ‘l’altro da sé’. La giornata termina con la cena intorno alle 20.30 e dopo aver lavato insieme piatti e cucina ci si congeda.

Come già detto, nel progetto La Collina ‘il pensiero e la riflessione’ sono fondamentali e trovano sempre uno spazio. Prima di trasferirsi definitivamente a vivere all’interno della comunità infatti, viene attivato un percorso di reciproca conoscenza che si sostanzia in brevi periodi di soggiorno e di successivo reingresso in carcere. Allo stesso modo non vi è un abbandono al termine del periodo di esecuzione penale ma un accompagnamento: vi sono una serie di appartamenti nell’hinterland cagliaritano dove gli ex detenuti, insieme alle persone care o talvolta in autonomia, si trasferiscono diventando a tutti gli effetti conduttori attraverso il pagamento dell’affitto e delle utenze in una dimensione sempre più di autonomia e indipendenza. Quello di Serdiana e della comunità di Don Ettore è un processo verso l’indipendenza in cui non manca mai la relazione.

Riferimenti:

Paulo Freire ‘La pedagogia degli oppressi’ (1971). Mondadori.

Sergio Abis (a cura di) ‘Chi sbaglia paga’ (2020). Sensibili alle foglie.

Angelo Ledda (a cura di) ‘Preti del Sessantotto’ (2020). Edizioni la Collina.

Massimo Carlotto ‘Jimmy della Collina’ (2011). IBS.

Carta dei servizi all’indirizzo: https://www.comunitalacollina.org/