Criminalità minorile e allarme sociale

Alessio Scandurra

Una narrazione allarmistica e infondata

Cresce dunque la criminalità minorile? Così ci viene ripetuto in continuazione, da più parti e da molto tempo. Ma si tratta di un coro che ha ormai perso di senso. Basta pensare che questo stesso coro si faceva sentire anche negli anni in cui la criminalità giovanile, a giudicare dagli indicatori più tradizionali, era palesemente in calo. Come vedremo sotto, il numero di segnalazioni relative a minori denunciati è stato in calo costante fino al 2019, per poi addirittura precipitare nel 2020, eppure anche in quegli anni si inseguivano le grida di allarme. Tanto per fare degli esempi: “Una profonda revisione del codice penale minorile del 1988, per rispondere in maniera adeguata a questa preoccupante escalation della violenza minorile” (giugno 2018); “Ovunque Gomorra. Non solo Napoli: le baby-gang sono un allarme che cresce (e nessuno sa come fermarle)” (luglio 2019); “Criminalità minorile, le ferite di Napoli. La strada che porta dal coltellino al kalashnikov” (marzo 2020); “Rapine e aggressioni, poi si vantano sui social: arrestata baby gang di Como” (novembre 2020). 

Negli ultimi anni, ed in particolare da quanto è in carica l’attuale Governo delle destre, questa campagna si è fatta ancora più insistente. È sostanzialmente impossibile trovare online titoli di giornali che si siano limitati a dare conto dei dati ufficiali, e raccontare quindi il calo registrato delle denunce, anche quando questo era più evidente. E quando pur si fa riferimento a questo calo, c’era sempre la necessità di trovare contemporaneamente altre ragioni di allarme: “A Napoli il numero delle denunce cala per rassegnazione” (gennaio 2024); “Criminalità minorile: cala il totale dei reati ma aumentano le violenze sessuali” (maggio 2024); “I giovani e la delinquenza: “Meno reati, ma più violenti” (giugno 2024). 

Il caso recente più noto di “procurato allarme” ha visto come protagonista addirittura il Ministero dell’Interno, che nel suo rapporto Omicidi volontari consumati in Italia segnala il fatto che la percentuale dei minorenni autori di un omicidio in Italia sarebbe quasi triplicata in un anno: “L’incidenza degli autori minori dei 18 anni si attesta […] all’11% nel 2024, in netto aumento rispetto al 2023, allorché i minori responsabili di omicidio erano stati il 4% del totale”. La notizia desta grande scalpore, e sempre più allarme attorno ai minori e alla loro pericolosità, ma quando progressivamente dalle percentuali, che essendo relative a numeri comunque molto bassi sono soggette a grandi oscillazioni, si passa ai numeri, e quando poi si scopre che il dato a cui il rapporto faceva riferimento per il 2023 era addirittura sbagliato, ci si rende conto che le segnalazioni di minori per omicidio sono rimaste sostanzialmente stabili. Erano 27 nel 2022, 25 nel 2023 e 26 nel 2024, assai meno di quanto non fossero ad esempio tra il 2014 ed il 2017, quando erano in media 33 l’anno. Insomma, molto rumore per nulla. 

Chiaramente non saranno dunque le pagine dei giornali, o i comunicati del Ministero degli Interni, a farci comprendere quale sia l’andamento della criminalità giovanile in questi anni. E allora dove dovremmo guardare? Cosa ci dicono i dati di cui effettivamente disponiamo? 

L’andamento delle denunce

Partiamo da una prima considerazione, decisamente confortante. Se, come dicevamo sopra, vogliamo misurare la criminalità minorile partendo dalle denunce, a prescindere dal loro esito, possiamo cominciare dai dati Eurostat (Persons Brought into Formal Contact with the Police and/or Criminal Justice System). 

I più aggiornati fanno riferimento al 2023, ma collocano comunque l’Italia tra i paesi con i tassi di minorenni denunciati più bassi, con un tasso di denunce per centomila abitanti, 363,4, che è quasi la metà della media europea, che nel 2023 era di 647,9. In realtà si tratta di una notizia solo in parte sorprendente. È noto che il nostro paese, rispetto ai reati segnalati, si colloca al di sotto della media europea, ma se questo è risaputo per gli adulti, i dati ci dicono che la cosa è ancora più evidente per i minori. 

Ma se questo è quanto emerge da un confronto con le denunce negli altri paesi europei, che si può dire dell’andamento delle denunce di minori in Italia, soprattutto negli ultimi anni, anni in cui più che mai se ne è paventata la crescita? Facendo riferimento al medesimo dato, quello appunto delle denunce, o per meglio dire, nel nostro caso, delle segnalazioni all’autorità giudiziaria relative a minori denunciati, emerge un quadro piuttosto articolato. 

L’andamento delle segnalazioni è stato in calo per molti anni. Secondo le Serie storiche dell’ISTAT negli anni ‘90 erano stabilmente oltre le 40.000 l’anno, addirittura 46.051 nel 1995. Da allora, dopo varie oscillazioni, i numeri hanno iniziato a scendere e come si vede questa tendenza è proseguita fino al 2020, arrivando per la prima volta sotto le 30.000 segnalazioni nel primo anno della pandemia di Covid-19. La tendenza si era in seguito invertita, ma senza superare i numeri del 2015, ed anzi registrando il proprio picco nel 2022 per poi tornare a calare nel 2023. Nel 2024, ultimo anno disponibile, le denunce sono tornate a crescere. Cresce del 16,7% il totale delle segnalazioni, e per alcuni reati di grande allarme sociale questa crescita è ancora più significativa. Gli omicidi restano stabili, mentre i tentati omicidi crescono del 26%, le violenze sessuali del 25%. In lieve aumento i furti (+6,2%), maggiore la crescita delle rapine (+10,3%). Curiosamente risultano in calo solo i reati relativi alle violazioni della normativa sugli stupefacenti (-4,2%), riprendendo una tendenza che prosegue da molti anni, nonostante la “stretta” sullo spaccio di lieve entità contenuta nel decreto Caivano. 

Ed è proprio al decreto Caivano, entrato in vigore alla fine del 2023, che viene da pensare guardando a questi numeri. Nel suo primo anno di applicazione dunque i suoi effetti sarebbero stati quelli di determinare una crescita della criminalità minorile, criminalità che l’anno prima era in calo? Un effetto diametralmente opposto a quello che il governo si prefiggeva, ed un bilancio fallimentare.   

Come dicevamo sopra però, non è scontato che questi numeri vadano presi per buoni. Cerchiamo di capire perché. 

La presa in carico da parte degli Uffici di servizio sociale per i minorenni

Le segnalazioni di minori all’autorità giudiziaria non sono “la criminalità”, sono semmai dei possibili indicatori della criminalità, e trattandosi di denunce sono per la precisione ancora ipotesi, indizi del fatto che possa essere stato consumato un reato, in questo caso da parte di un minore. Alle denunce seguiranno le indagini, alle indagini eventualmente i processi, ed ai processi eventualmente le condanne. E questa è per altro una semplificazione perché, nel processo minorile, ci sono ulteriori possibili esiti, diversi dalla condanna, anche quando l’evento si è in effetti consumato. E dunque? La crescita delle denunce è indicativa di una crescita della criminalità, o solo del fatto che è cresciuta la propensione nostra, e delle forze dell’ordine, a denunciare? Ipotesi assolutamente plausibile questa, in una stagione in cui si addita la criminalità giovanile come una delle principali emergenze: più paura, più denunce. Ma esistono dati più affidabili per provare a rispondere alla nostra domanda? Sono aumentate solo le denunce o sono aumentati anche i reati? 

Allo stato bisogna riconoscere che dati definitivi non ce ne sono. A seguire però proveremo a prendere in considerazione alcune fonti di informazione, diverse dall’andamento delle denunce, che possano aiutarci a capire meglio il contesto, o quanto meno la sua complessità. 

Alle denunce, o per dir meglio, alle segnalazioni all’autorità giudiziaria può fare seguito la segnalazione del minore dall’autorità giudiziaria stessa agli Uffici di servizio sociale per i minorenni del Ministero della Giustizia (USSM). Non è questo però un passaggio automatico, ed ad esempio nel caso in cui la procura ritenga la denuncia di scarso rilievo, o destinata chiaramente ad una archiviazione, può ritenere di non dover coinvolgere in alcun modo gli USSM. Ed anche quando la segnalazione agli USSM avviene, non per questo ad ogni segnalazione segue automaticamente la presa in carico del ragazzo da parte degli uffici di servizio sociale del Ministero. Questa presa in carico può avvenire o meno a seconda delle circostanze, e da subito o solo in un secondo momento. Entro certi limiti anche le dotazioni di risorse dei vari Uffici di servizio sociale hanno un peso in queste decisioni. Gli uffici meno congestionati riescono a prendere in carico anche casi che altrove avrebbero avuto minore attenzione. L’andamento di questi tre ordini di numeri è stato però disomogeneo negli ultimi anni.

Come abbiamo detto tra il 2023 ed il 2024 la crescita delle segnalazioni all’autorità giudiziaria, è stata assai significativa: +16,7%. Come si vede sopra i minorenni e giovani adulti segnalati dall’autorità giudiziaria agli USSM sono molti di meno, e questo sia perché, come abbiamo detto, non a tutte le denunce segue una segnalazione ai servizi, sia perché se il primo dato è relativo a delle segnalazioni, il secondo è relativo a persone, e per ciascuna persona possono avvenire diverse segnalazioni. E la crescita delle segnalazioni agli USSM tra il 2023 e il 2024 è stata in percentuale decisamente inferiore alla crescita delle denunce: +12,7%. E questo ancora di più è successo per l’ultimo dato presentato sopra, quello delle prese in carico da parte degli uffici di servizio sociale, la cui crescita, tra il 2023 ed il 2024, è stata solo del 2,4%. Ma come si può spiegare questa differenza? Nel 2024 le segnalazioni all’autorità giudiziaria aumentano del 16,7% mentre le prese in carico dei ragazzi da parte dei servizi solo del 2,4%? Una prima ipotesi è quella, a cui accennavamo sopra, della limitazione degli organici di questi stessi servizi. Un organico insufficiente potrebbe far fatica a stare dietro, per quanto riguarda le prese in carico, a un reale aumento della criminalità minorile. Ma questa spiegazione non tiene: negli ultimi anni il numero degli assistenti sociali degli USSM è in effetti cresciuto, ci sono stati diversi concorsi e, a seguire, le conseguenti immissioni in servizio a conclusione dei percorsi di formazione. Il personale resta poco, la quantità di persone in carico per ciascun assistente sociale decisamente eccessiva, ma è innegabile che l’organico è comunque aumentato.  

Torna così in campo l’ipotesi che facevamo sopra, ovvero che siano aumentate solo le segnalazioni, non i reati, o quanto meno che i reati siano aumentati assai meno delle segnalazioni, e per questo è cresciuto solo limitatamente il numero delle prese in carico. L’ipotesi appare assai plausibile, tenendo conto delle campagne di allarme sociale che in questi anni hanno messo al centro i giovani. Ci appaiono sempre più incomprensibili, sempre più minacciosi, e non ci sarebbe da stupirsi se verso di loro mettessimo in campo sempre più spesso gli strumenti della giustizia penale, finendo per denunciare anche comportamenti per i quali in passato non ci saremmo sognati di farlo. 

Inaugurazione dell’anno giudiziario e primi commenti sul 2025

Quanto agli sviluppi per il 2025, purtroppo per ora non c’è nulla di affidabile a cui appigliarsi. Come ogni anno durante la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario, tenutasi a fine gennaio in Cassazione e nelle Corti d’Appello italiane, è stato tracciato un bilancio per l’anno precedente, ma nella relazione annuale sull’amministrazione della giustizia non ci sono dati utili sull’andamento della criminalità. Nonostante questo, come prevedibile, non sono mancati articoli di stampa molto allarmistici: “In carcere +50% di minorenni in 3 anni: escalation di reati tra i giovanissimi”, oppure “Rapine, risse e spaccio, l’allarme delle procure: Troppi minori violenti”. Si tratta di articoli che danno conto soprattutto delle relazioni presentate nelle Corti d’appello di alcune città italiane ma anche in questo caso, se poi si vanno a vedere le singole relazioni, il quadro si fa subito meno univoco. Nella sua Relazione sull’amministrazione della giustizia il Presidente della Corte di appello di Roma, Giuseppe Meliadò, cita ad esempio per il 2025 alcuni dati contrastanti. “Si evidenzia il numero di 1.132 decreti di archiviazione (+ 21% rispetto all’anno scorso), dato che conferma come molte delle situazioni denunciate siano scarsamente rilevanti dal punto di vista penale, rappresentando perlopiù comportamenti dettati da disagio psicologico e sociale, spesso insorti in ambito familiare e dovuti a incuria genitoriale”. Ma al contrario segnala come “in diminuzione drastica sono, invece, le sentenze di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto, pari al -31,06% rispetto al precedente anno, dato che conferma la diminuzione della commissione di reati che possono essere ritenuti tenui e occasionali”.

Altrettanto cauta la relazione sull’amministrazione della giustizia presentata alla Corte di appello di Milano. L’articolo del Gazzettino (e di molte altre testate locali) ci “informa” che a Milano “«per la prima volta» compaiono «omicidi e femminicidi»”. Ebbene, la relazione parlando degli omicidi dice l’esatto contrario: “sebbene vi siano ben 3 vittime femminili in nessun caso si ritiene possa essere configurato il reato in termini di femminicidio non trovando origine nei concetti di possesso o di sopraffazione di genere”. 

Interessante anche quanto la relazione segnala rispetto alle baby gang: “La pubblicistica insiste molto sulla tematica delle baby gang, mentre sono molti anni che non vengono iscritti procedimenti con contestazione dell’articolo 416 c.p. (associazione a delinquere) ed effettivamente quello cui si assiste è sì un numero assai rilevante di reati predatori da parte di più ragazzi riuniti”.

Particolarmente allarmante, e illuminante, infine il passaggio della relazione relativo ai reati contro la Pubblica Amministrazione: “Analizzando i dati statistici degli ultimi 3 anni emerge il notevole incremento degli episodi di oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, in gran parte ascrivibili al permanente sovraffollamento dell’IPM Beccaria ed all’attuale composizione dei detenuti (in stragrande maggioranza costituiti da M.S.N.A.). Prima del 2020 la media generale dei reati contro la PA (per lo più costituiti da resistenza e oltraggio, ma che comprende anche altre fattispecie) era di circa 200 reati all’anno, mentre ora solo con tali ultimi reati si superano i 400 episodi”. Il passaggio illustra meglio di qualunque altro esempio quanto sia difficile leggere l’andamento della criminalità guardando alle sole denunce. In questo caso in apparenza raddoppiano i reati di resistenza e oltraggio commessi dai minori in un intero distretto. In realtà il fenomeno non riguarda l’intero distretto, ma solo poche migliaia di metri quadri, l’IPM Beccaria di Milano, un istituto per il quale è attualmente in corso un processo (vedi capitolo sul processo al Beccaria in questo rapporto) per una serie di presunti gravi episodi di torture, maltrattamenti e violenze commessi ai danni dei giovani detenuti tra il 2022 e il 2024. Proprio nel periodo a cui fa riferimento la relazione. Verrebbe da dire, altro che resistenza ed oltraggio…

Il circolo vizioso del carcere

Il passaggio riportato sopra mostra infine un’ulteriore ragione di questo disallineamento tra la crescita delle denunce e l’andamento sostanzialmente stabile delle persone in carico ai servizi: le prese in carico non crescono anche perchè, almeno in una parte significativa, sono le persone già in carico a commettere nuovi reati, come nell’esempio dei reati contro la pubblica amministrazione nel distretto di Milano, la cui crescita si spiega interamente con l’aumento dei reati di resistenza e oltraggio commessi dai minori nell’IPM Beccaria di Milano. Ragazzi appunto già in carico ai servizi.

E purtroppo l’esempio di Milano rimanda ad un fenomeno assai più ampio, prevedibile e drammatico. Che succede se si rinchiudono in luoghi sempre più affollati e sempre più contenitivi ragazzi non facili, che lì finiscono non tanto per la gravità dei reati commessi, quanto per la loro difficoltà ad accedere a misure meno contenitive e a rispettarne le regole? Succede che cresce la tensione, crescono i conflitti e, inevitabilmente, crescono incidenti di ogni tipo. E molti di questi incidenti, commessi sotto gli occhi stessi della polizia (in questo caso penitenziaria) diventano subito altrettante denunce. Per resistenza e oltraggio ad esempio, come nel caso sopra, ma anche per lesioni dolose (+20,0%), o per danneggiamenti (25,8%). Succede che ragazzi entrati in Ipm per un reato, spesso nemmeno particolarmente grave (ricordiamo che sono tantissimi quelli che stanno li per reati contro il patrimonio, più che in altri servizi della Giustizia), durante la permanenza lì ne commettono altri, accumulano nuove pene, il loro curriculum si allunga e la loro identità deviante si consolida.

Il peggior posto possibile dove mettere ragazzi difficili finisce per produrne di sempre più difficili.

La necessità di guardare altrove

Alla luce di quanto detto sopra, non resta che ammettere che i dati di cui disponiamo non consentono di farci un’idea chiara sull’andamento della criminalità minorile negli ultimi anni. Sono aumentati i reati, o sono aumentate solo le denunce? Non è un tema da poco. Attorno al presunto aumento della criminalità minorile è stata costruita una campagna di allarme sociale che ha giustificato, tra le altre cose, il progressivo smantellamento di quel sistema della giustizia minorile che aveva dato ottima prova di sé in passato. E che aveva tra le altre cose prodotto un progressivo calo delle denunce. 

Ed il sospetto che quello che è cresciuto sia il panico morale attorno ai giovani e alla devianza giovanile è forte. Sono i protagonisti delle storie di cronaca che più ci vengono proposte dai media, ma anche di molte narrazioni relative al degrado urbano o alla disgregazioni dei valori tradizionali. Sono insomma i cattivi del nostro tempo, ed il nostro atteggiamento verso di loro si fa sempre più rigido ed intransigente. In un contesto del genere è abbastanza prevedibile che ci siamo messi a denunciare cose che in passato avrebbero avuto un’altra risposta. A tutti ad esempio è capitato di venire in contatto, da studenti o da genitori, con fatti come furti, o colluttazioni, avvenuti in ambito scolastico. Fatti che in astratto potrebbero anche essere configurati come reati, ma che comprensibilmente, e giustamente, una comunità educativa dotata di un’ampia gamma di strumenti di intervento solitamente prova a gestire senza coinvolgere la giustizia penale. Perché in alcuni contesti, ed è certamente il caso della scuola, una denuncia è anche una sconfitta, la prova dell’incapacità di quella istituzione di farsi carico di un suo momento di crisi.  

Con i minori, più che con gli adulti, è spesso così. Il ricorso al penale è anche la misura del fallimento, quando non della assenza, di altri strumenti di gestione dei conflitti e di controllo della devianza. Ed una crescita delle denunce da questo punto di vista potrebbe anche significare la nostra sempre maggiore incapacità di mettere in campo strumenti e risorse alternative. Potrebbe essere il segno delle nostre crescenti povertà e fragilità, e non necessariamente di quelle dei ragazzi.  

Proviamo quindi a fare un passo indietro rispetto all’oggetto di questo capitolo, e a guardare fuori dal contesto penale per vedere quali altri elementi di crisi si addensano sopra le teste dei nostri ragazzi. E la verità è che i problemi, al di fuori e prima del penale, sono tantissimi. 

Per citarne alcuni, si potrebbe iniziare parlando della povertà. Per scoprire, guardando ai dati ISTAT, che la povertà assoluta continua a colpire soprattutto i minori, ed è nel loro caso da anni  in crescita. 

Come si vede, se negli ultimi due anni di questa rilevazione la povertà assoluta dei minori si è stabilizzata, resta che si tratta della fascia di età con la maggiore incidenza di persone in povertà assoluta tra i residenti in Italia. Sono 1,28 milioni i minori in povertà assoluta, il 13,8% dei minori residenti, ed il dato è comunque cresciuto moltissimo negli ultimi anni. Si tratta di un quadro disarmante, non a tutti noto, ma non è purtroppo l’unico indicatore di quanto sia complessa questa stagione se vissuta dal punto di vista dei più giovani. 

Si pensi ad esempio alla salute mentale. Sempre secondo l’ISTAT, in particolare nel Rapporto Bes 2024: il benessere equo e sostenibile in Italia, se si guarda all’indice di salute mentale “tra il 2016 e il 2024, il moderato miglioramento generale si differenzia per età: migliora per i più anziani, peggiora tra i più giovani”. E cresce l’uso degli psicofarmaci. Secondo il Rapporto Nazionale per il 2024 dell’Agenzia italiana del farmaco l’uso di psicofarmaci nella popolazione pediatrica è sostanzialmente raddoppiato tra il 2016 ed il 2024, con la maggiore accelerazione dopo il 2020, da 31,49 confezioni ogni 1000 bambini nel 2020 a 59,3 confezioni ogni 1000 bambini nel 2024 (+88%). 

C’è poi il tema dei minori stranieri non accompagnati, ragazzi con vissuti tragici alle spalle e per i quali le risorse destinate all’accoglienza sono state progressivamente tagliate negli anni (vedi capitolo sui MSNA in questo rapporto).

E potremmo accennare anche alla dispersione scolastica, o alle nuove dipendenze. Ciascuno di questi temi, e non solo quello sui MSNA meriterebbe un capitolo a sé, e non una semplice menzione. Ma è evidente che si tratta di problemi enormi che vengono prima della commissione del reato, e ne condizionano in molti casi in modo determinante la genesi. E forse le domande che ci siamo fatte fino ad ora perdono di rilevanza. La criminalità minorile aumenta? Diminuisce? Cosa ci dice l’andamento delle denunce? Probabilmente dovremmo interrogarci su altro. 

Davanti alle difficoltà e alle sofferenze dei nostri giovani, che risposte abbiamo messo in campo? Sono sempre di meno, sempre più poveri e sono sempre di più spesso la causa stessa della povertà dei genitori che scelgono di avere figli. Sono sempre più un problema, e vengono rappresentati come tali, e non c’è da stupirsi se tutto questo accresce il loro malessere, il loro isolamento e senso di esclusione. Ma cosa sappiamo fare noi davanti a tutto questo? Quali risposte abbiamo messo in campo negli ultimi anni per far fronte in maniera efficace a ciascuna di queste sfide?

L’impressione che se molto si è detto, e purtroppo anche molto si è fatto, sul fronte del penale e della giustizia minorile, poco è accaduto su altri fronti. È in corso una rivoluzione (per molti aspetti una catastrofe) nel sistema della giustizia minorile italiano. E temo che per i giovani questa sia l’unica rivoluzione in vista.