Cosa sta accadendo alla giustizia minorile. I numeri di una deriva
Susanna Marietti
La retorica criminalizzante e punitiva nei confronti dei minorenni portata avanti con forza dall’attuale governo e le cosiddette politiche sulla sicurezza che ne conseguono – e che come vedremo con la sicurezza non hanno nulla a che fare – stanno avendo la responsabilità non solo di distruggere vite di ragazzini e ragazzine che un tempo avremmo recuperato alla società ma anche di mandare al macero un’antica e radicata tradizione di giustizia minorile italiana.
Nel momento in cui il carcere per adulti vedeva l’espansione che tutti conosciamo e che lo porta oggi a recludere più del doppio delle persone che lo abitavano all’inizio degli anni ‘90, gli ingressi nelle carceri minorili andavano diminuendo con sostanziale continuità e le presenze negli Istituti Penali per Minorenni (Ipm) costituivano una percentuale minima del totale dei giovani complessivamente in carico ai servizi della giustizia minorile.
Il sistema era costruito per gestire il giovane con misure il meno possibile segreganti e il più possibile educative, con la forte presenza dei servizi sociali della giustizia, così da emancipare realmente e stabilmente il ragazzo o la ragazza dalla vita criminale e costruire una sicurezza duratura per la società esterna. Questa idea di giustizia minorile, considerata per decenni un modello da imitare in Europa, ha oggi con incredibile rapidità lasciato il passo a un’omologazione con la giustizia per gli adulti, dove il carcere acquista centralità, la punizione fine a se stessa prende il posto dell’intervento educativo, la neutralizzazione si sostituisce al recupero sociale.
Con l’emanazione del cosiddetto Decreto Caivano del settembre 2023, che costituisce la più grande svolta repressiva sulla giustizia minorile mai effettuata dall’introduzione del codice di procedura penale minorile nel 1988 a oggi, per la prima volta nella storia italiana gli Ipm hanno conosciuto il sovraffollamento. Eppure nel 2023 si registrava una diminuzione delle segnalazioni a carico di minorenni del 4,16% rispetto all’anno precedente. La criminalità minorile non era in aumento e i drammatici fatti di Caivano furono presi a pretesto per la costruzione di un nemico pubblico – le giovani generazioni, le baby gang – che faceva comodo in termini di consenso. Lo stesso governo presentando il report sulla criminalità del Ministero dell’Interno relativo a quell’anno non poteva non notare che “le gang giovanili non appaiono in aumento” e che il fenomeno della delinquenza minorile “appare sostanzialmente stabile o in lieve diminuzione” (vedi capitolo sulla criminalità in questo rapporto).
È sempre il governo ad affermare adesso che nel 2024 la criminalità minorile sarebbe invece esplosa: sarebbe evidente dunque come l’approccio repressivo, inaugurato con il Decreto Caivano e di cui si annunciano nuovi interventi (vedi capitolo sul nuovo dl sicurezza in questo rapporto), non avrebbe funzionato. Non è con la mera penalità che si costruisce sicurezza.
È plasticamente evidente come l’esplosione dei numeri nelle carceri minorili, e non solo, sia dovuta all’esplosione della reazione penale introdotta con le nuove norme. Tra il 2023, anno del Decreto Caivano, e il 2024, la presenza media giornaliera di ragazzi detenuti nelle carceri minorili è passata da 425,1 a 556,3, con un aumento del 30,9%. Tra il 2024 e il 2025, quando la presenza media giornaliera è stata pari a 587,8, l’aumento è stato pari al 7,4%, meno di un quarto del precedente.
Gli ingressi in carcere sono aumentati di oltre il 10% tra il 2023 e il 2024, andando invece a diminuire tra il 2024 e il 2025. La stessa cosa si può dire per gli ingressi nelle comunità penali, aumentati del 21% tra il 2023 e il 2024 e sostanzialmente stabili tra il 2024 e il 2025. Uno sguardo ai Centri di Prima Accoglienza (Cpa) – che ospitano i ragazzi appena arrestati fino all’udienza di convalida e per un massimo di quattro giorni – ci conferma la situazione: tra il 2023 e il 2024 si registra un aumento degli ingressi pari al 34,3% mentre tra il 2024 e il 2025 vi è addirittura una diminuzione. Tutto questo ci dice che l’impennata nei numeri avviene con l’introduzione del Decreto Caivano. Quando le nuove norme vanno a regime, il sistema si stabilizza.
Se analizziamo l’ultimo biennio e lo paragoniamo al 2022 (ultimo anno senza le nuove norme), vediamo come gli ingressi in Ipm siano cresciuti in media del 16,6%, passando da 1.051 nel 2022 a 1.258 nel 2024 e 1.197 nel 2025. Se guardiamo al dato sulle presenze, vediamo come a fine 2022 le carceri minorili ospitassero 381 persone, numero praticamente identico a quello relativo a subito prima della pandemia (382 al 31 dicembre 2019), la quale ha comportato una flessione dovuta alla situazione emergenziale. A fine 2024 i ragazzi detenuti erano 587 e a fine 2025 erano 572, con una crescita di circa il 50% rispetto al periodo pre-Caivano.
Dati viziati per difetto, che sarebbero ben più alti se non fosse per il notevole aumento registrato nei trasferimenti alle carceri per adulti di ragazzi divenuti ultramaggiorenni in Ipm avendo commesso il reato da minorenni, una pratica facilitata in chiave punitiva dal Decreto Caivano.
Per i ragazzi più difficili, che spesso sono quelli che necessitano del maggior supporto psicologico e sociale, si interrompe bruscamente ogni percorso educativo e vengono dimenticati nel girone infernale delle galere italiane. Se nel 2022 tali trasferimenti sono stati 105, nel 2024 sono aumentati a 189, per arrivare a 195 nel 2025, con un incremento di oltre l’85% rispetto all’ultimo anno pre-Caivano. Le presenze potenziali, ovvero quelle che graverebbero sugli Ipm se il sistema portasse davvero avanti il proprio compito di sostegno alla gioventù per tutti e tutte, sono in numero parecchio più elevato, se consideriamo il sovrappiù di invii alle carceri per adulti effettuati nello scorso biennio rispetto al 2022, ultimo anno senza le nuove disposizioni. Una vera e propria esplosione del sistema, che come dicevamo è stata innescata in assenza di un’emergenza sulla criminalità minorile.
I dati riguardanti i Centri di Prima Accoglienza (Cpa) ci confermano una simile esplosione. Se nel corso del 2022, ultimo anno interamente senza Decreto Caivano, gli ingressi nei Cpa sono stati 745, nel 2024, primo anno interamente con le nuove norme, sono saliti a 1.144, con un aumento del 53,8% (sono stati 1.084 nel 2025).
Uno sguardo alla composizione della popolazione detenuta in Ipm al 31 dicembre 2025 ci mostra come su 572 presenze vi siano solamente 21 ragazze, di cui 6 straniere. Complessivamente, i detenuti stranieri sono 242, ovvero il 42,3% del totale (vedi il capitolo sui detenuti stranieri in questo rapporto). Molto marcata la presenza della componente africana – specialmente Tunisia, Egitto e Marocco – che al 30 giugno 2025 era pari all’80,5% del totale dei detenuti stranieri. Alla stessa data, i ragazzi e le ragazze provenienti dall’Africa ospitati dalle comunità erano il 71,7% del totale degli stranieri in comunità. Seppure in mancanza di dati ufficiali sulla loro condizione di minori stranieri non accompagnati, dalle visite effettuate da Antigone emerge come essa riguardi una percentuale estremamente elevata di loro. Si tratta di un dato relativamente nuovo nelle carceri minorili, che prima della pandemia vedevano una più ampia componente straniera proveniente da paesi europei. Basti pensare che nel 2019 il 16,7% degli ingressi nelle carceri minorili ha riguardato ragazzi africani e il 21,29% ragazzi europei non italiani, mentre nel 2025 le stesse percentuali diventano pari al 35,2% e al 7,1%.
Guardando ai detenuti italiani, al 30 giugno 2025 il 30,9% era residente in Campania, il 17,4% in Sicilia, il 10,4% in Lombardia, il 7,4% in Puglia. Meno rappresentate tutte le altre regioni.
La fascia di età maggiormente rappresentata in carcere è quella dei 16-17 anni, con 300 presenze che si sommano alle 44 relative alla fascia di età più giovane (ovvero 14-15 anni) per fornire il totale dei 344 minorenni detenuti, pari al 60,1% delle presenze complessive. Tra i giovani adulti, 175 appartengono alla fascia di età 18-20 anni e 53 a quella 21-24 anni. Da notare come alla fine del 2022 i minorenni fossero il 51,4% del totale dei detenuti, una crescita dovuta agli effetti della criminalizzazione minorile operata dal Decreto Caivano in particolare con l’allargamento delle possibilità di utilizzo della custodia cautelare in carcere.
Il 64,9% dei ragazzi detenuti, pari a 370, si trova in carcere esclusivamente in virtù di un provvedimento di custodia cautelare. In 173, il 30,2% del totale, sono in attesa di primo giudizio. Se guardiamo ai solo minorenni scopriamo che l’83,1% del totale dei minorenni detenuti è in custodia cautelare e il 39,5% aspetta il primo giudizio.
Dopo l’apertura dei due nuovi Ipm di Lecce e L’Aquila, le carceri minorili in Italia sono oggi 19. Le più affollate sono quella di Nisida, che al 31 dicembre 2025 ospitava 74 ragazzi, e quella di Milano intitolata a Cesare Beccaria, che ne ospitava 72 e risultava gravemente sovraffollata. A seguire, per numero di detenuti reclusi, l’Ipm di Roma (il solo ad avere una sezione femminile, che si aggiunge all’Ipm di Pontremoli, interamente destinato a ragazze) e quello di Torino.
L’Ipm de L’Aquila, collocato fuori dalla città e difficilmente raggiungibile con i mezzi pubblici, è stato precipitosamente aperto a fine ottobre 2025 (dopo l’inaugurazione formale dell’agosto precedente) nel tentativo di far fronte al grave sovraffollamento del sistema penitenziario minorile. Ciò ha comportato che l’istituto, della capienza di 27 posti, sia diventato operativo nonostante molte aree siano ancora soggette a lavori di ristrutturazione o siano inagibili per motivi di sicurezza. Vi è una grave carenza di spazi all’aperto o per attività interne di vario tipo.
L’Ipm di Lecce, con annesso Cpa, è stato inaugurato il 20 novembre 2025, anche in questo caso con gran solennità e alla presenza di alte cariche del governo e dell’amministrazione. L’edificio è di proprietà del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ed è stato concesso in comodato d’uso al Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità per soli 18 mesi. L’istituto, anch’esso con una capienza di 27 posti, è pensato per accogliere giovani detenuti provenienti da altre regioni. La struttura si presenta a oggi inadeguata, con spazi esterni estremamente ridotti e poco ospitali. Alcune celle presentano infiltrazioni, che si riscontrano anche al piano terra in corrispondenza di un ingresso. Vi è carenza di stanze per la socialità e non vi sono spazi per effettuare le visite prolungate con i famigliari previste dall’ordinamento penitenziario minorile.
Si attende l’apertura di altri due Ipm: quello di Rovigo, formalmente già inaugurato nel gennaio 2026 ma la cui operatività effettiva si continua a rimandare di volta in volta da molto tempo, e quello previsto a Santa Maria Capua Vetere. La sola strategia dell’attuale governo sembra consistere nel moltiplicare gli spazi di contenimento, stravolgendo così la natura e la cultura di un sistema che per decenni aveva saputo residualizzare l’uso dello strumento detentivo.
Le strategie amministrative per gestire la situazione di affollamento appaiono in generale decisamente criticabili. Il fermento di giovani chiusi in istituti spesso incapaci di proporre attività significative anche a causa dell’eccessivo numero di presenze viene di frequente affrontato con una notevole somministrazione di psicofarmaci (vedi il capitolo a ciò dedicato in questo rapporto). Un altro strumento per tamponare nell’immediatezza situazioni difficili, pur senza risolverle e anzi generando dolore e malcontento, è quello dei trasferimenti tra Ipm. I ragazzi, primi tra tutti gli stranieri che si suppone abbiano meno relazioni sui vari territori, vengono spostati come fossero oggetti inanimati da un carcere all’altro, senza tener conto del fatto che proprio chi ha relazioni più flebili dovrebbe essere aiutato a valorizzarle e preservarle. Il rapporto con un educatore, un cappellano, un volontario può essere decisivo nel percorso di un giovane. Con l’entrata in carica dell’attuale governo, tra il 2022 e il 2024 il numero di trasferimenti tra istituti è aumentato del 147,9%.
Uno sguardo alle scelte di bilancio ci mostra come la destinazione dei fondi rispecchi il disimpegno del sistema. Già l’investimento previsto per il 2025 per il Dipartimento della Giustizia Minorile e di Comunità – pari a 408.098.359 euro, ovvero il 3,7% del totale dei fondi che erano destinati al Ministero della Giustizia – aveva visto una riduzione rispetto all’anno precedente (-4,5%). Varie le voci di spesa contratte, prima tra tutte quella riguardante le politiche di reinserimento. Ad aumentare era solo la voce relativa al personale di polizia penitenziaria e quella relativa alla realizzazione di nuove infrastrutture e al potenziamento e alla ristrutturazione, in continuità con il progetto di aprire nuovi spazi di reclusione da riempire di personale di custodia. Gli anni a venire insistono sulla medesima tendenza. Lo stanziamento complessivo per il 2026 dei fondi destinati al Dipartimento ha infatti subito un ulteriore decremento dell’1,07%, arrivando a 403.741.586 euro (il 3,54% del bilancio complessivo della Giustizia), decremento che si conferma per il 2027 (403.689.618 euro) e per il 2028 (401.376.709 euro). Ad aumentare tra il 2026 e il 2027 è solo la voce relativa agli investimenti fissi lordi e acquisti di terreni, mentre calano i fondi stanziati per attività da realizzarsi nelle carceri minorili e per il personale. Si punta su più arresti e più repressione senza prevedere un’adeguata presa in carico dei ragazzi che entrano nel circuito, che vivranno sempre più nell’abbandono e lontani da prospettive di recupero e reintegrazione sociale.
Se allarghiamo lo sguardo al di là della sola carcerazione, scopriamo che l’espansione quantitativa ha riguardato l’intera area del controllo penale minorile, investendo anche altre misure (vedi capitolo sull’esecuzione penale esterna in questo rapporto). È preoccupante vedere che il numero complessivo dei ragazzi e delle ragazze in carico ai servizi della giustizia minorile nel dicembre 2022 era pari a 13.658, mentre a fine 2024 arriviamo a 14.866 e a fine 2025 addirittura a 17.027. Una crescita di circa il 25% dell’area penale minorile complessiva. Cresce il numero dei ragazzi e delle ragazze in comunità, in misura alternativa o sostitutiva, in messa alla prova. Ogni possibile spazio a disposizione del sistema, viene riempito e fagocitato dalla sete di risposta penale.
La rete delle comunità, snodo essenziale del sistema della giustizia minorile italiano, poggia quasi esclusivamente su strutture private. Un potenziamento delle comunità pubbliche potrebbe aiutare a risolvere alcuni problemi del sistema, che assiste troppo spesso a dei rifiuti nell’accoglienza dei ragazzi più difficili da gestire per vari possibili motivi. Al 30 giugno 2025, solo 19 ragazzi su 1.214 erano ospitati da comunità ministeriali. Le comunità private rispondono a una classificazione molto variegata per tipologia. La maggioranza dei ragazzi, pari al 79,3%, era ospite di comunità socio-educative. Il 3,9% viveva in strutture classificate come comunità terapeutiche per tossicodipendenti e alcolisti, una percentuale sostanzialmente analoga a quella dei ragazzi che vivevano in comunità terapeutiche psichiatriche. Seguono le percentuali di ragazzi che erano ospitati in alloggi ad alta autonomia, comunità educative con doppia diagnosi (tossicodipendenza o alcolismo e disagio psichiatrico), comunità socio-educative per minori con problemi psichiatrici, terapeutiche per doppia diagnosi, familiari, di pronta accoglienza e socio-educative per tossicodipendenti e alcolisti.
Per concludere, uno sguardo ai delitti ascritti ai giovani passati per gli Ipm nel corso del 2025 ci dice che essi sono 2.302, ovvero in media quasi due delitti (1,9) per ogni persona entrata in carcere. La metà riguarda delitti contro il patrimonio, mentre il 20,8% appartiene alla categoria dei delitti contro la persona, il 10,8% consiste in violazioni della normativa sugli stupefacenti, il 4,6% riguarda le armi.
Tra i delitti ascritti a coloro che nel corso dell’anno hanno fatto ingresso in comunità (in media 1,6 per persona), i reati contro il patrimonio costituiscono il 45,3% del totale, quelli contro la persona il 21,2%, quelli relativi agli stupefacenti il 14,5% e quelli relativi alle armi l’1,6%. Infine, tra i delitti ascritti a tutti i ragazzi e le ragazze che nel 2025 sono stati in carico ai servizi della giustizia minorile (in media 2,7 per ciascuno) si rileva il 40,2% di delitti contro il patrimonio, il 34,11% contro la persona, il 9,4% legati agli stupefacenti, l’1,1% legati alle armi.
Sorprende, come più volte in passato abbiamo fatto notare, come i più gravi reati contro la persona siano percentualmente meno rappresentati in carcere rispetto alle comunità, e ancora nelle comunità rispetto alla totalità dei giovani nel circuito. Viceversa, i meno gravi reati contro il patrimonio vedono un andamento contrario. Essendo il carcere una misura che dovrebbe essere destinata alle situazioni più rilevanti, ci si aspetterebbe di trovarvi una maggiore concentrazione di delitti più seri. Un indice di come spesso il sistema selezioni sulla base dei percorsi di vita piuttosto che su quella della gravità dei comportamenti. Ragazzini privi di sostegni famigliari che vivono in strada di piccoli crimini sono candidati al carcere più di quanto ci si dovrebbe aspettare.
La descrizione quantitativa del sistema penale e penitenziario minorile, insieme a quella qualitativa che si vuole restituire nei vari capitoli che compongono il presente rapporto, misurano la drammatica crisi che ha di recente investito la giustizia italiana destinata ai minorenni. Una crisi che le nuove misure repressive annunciate contro i più giovani (vedi il capitolo sul nuovo Decreto Sicurezza 2026 in questo rapporto) non potranno che approfondire. Ben sappiamo che la sicurezza si costruisce con l’educazione, il sostegno, le politiche sociali. Ogni altra scelta è scellerata. Il rapporto che state leggendo è purtroppo qui a dimostrarlo.
