La vita nelle carceri minorili. Cosa ci racconta la nostra osservazione diretta

Sofia Antonelli, Rachele Stroppa

Dal 2008 Antigone è autorizzata dal Ministero della Giustizia a visitare gli Istituti Penali per Minorenni d’Italia, cosa che facciamo con regolarità e sistematicità. Uno sguardo diretto sul carcere è fondamentale per la sua conoscenza, che non può fondarsi esclusivamente sulle norme che lo regolamentano e rispetto alle quali la realtà concreta presenta applicazioni e dettagli rilevanti, nonché una distanza che sembra essere insuperabile. Il presente Rapporto, oltre a considerare dati quantitativi ufficiali, si basa in maniera essenziale sulle informazioni e sulla consapevolezza acquisite attraverso le tante visite agli Ipm effettuate dagli osservatori di Antigone.
In quel che segue vi porteremo attraverso un viaggio nelle carceri minorili italiane per come le abbiamo potute vedere durante le nostre visite. La trasparenza del carcere, la sua apertura alla società esterna, è salutare per chiunque vi viva o vi lavori ed è un irrinunciabile elemento di democrazia. Una trasparenza che purtroppo ha di recente subito una forte limitazione, in forza di una circolare del Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità che “non consente l’accesso agli spazi detentivi individuali, quali le camere di pernottamento, da parte di soggetti esterni autorizzati all’ingresso in Istituto”. Tale limitazione viene motivata dalla necessità di salvaguardare la privacy dei minori. Ma noi siamo convinti che i minori stessi siano ben più tutelati dalla trasparenza dei luoghi dove sono reclusi.
La possibilità di osservare direttamente gli spazi in cui si svolge la vita quotidiana dei minori privati della libertà rappresenta uno strumento essenziale di garanzia democratica: consente di verificare le condizioni materiali, prevenire criticità, promuovere buone prassi e rafforzare la fiducia tra istituzioni e comunità. Il rischio è quello di un progressivo indebolimento del controllo pubblico e, con esso, della tutela effettiva dei diritti delle persone detenute. Una scelta di questo tipo appare in linea con quanto sta accadendo negli ultimi anni anche nelle carceri per adulti, inserendosi in un quadro più ampio di crescente chiusura del sistema.

L’espansione del sistema: i nuovi Ipm de L’Aquila e Lecce e la sezione per giovani adulti nella Casa Circondariale di Bologna

Un sistema, quello della giustizia minorile, negli ultimi anni è cambiato significativamente nell’approccio e quindi anche nella forma. Politiche punitive e repressive hanno, nel giro di poco tempo, portato la popolazione detenuta negli Ipm a crescere in maniera vertiginosa, ponendo seri problemi di spazi e di risorse. Invece di interrogarsi su come ridurre i numeri, la soluzione individuata è stata l’apertura in fretta e furia di nuove carceri minorili. Negli ultimi mesi del 2025 sono stati inaugurati e resi operativi due nuovi Ipm, a L’Aquila e a Lecce. Quello di Rovigo è stato formalmente inaugurato a gennaio 2026, ma non è ancora chiaro quando entrerà in funzione, mentre sul quarto annunciato, a Santa Maria Capua Vetere, non si hanno notizie precise. Nel mese di dicembre l’Osservatorio di Antigone ha visitato i due nuovi Ipm, riscontrando in entrambi una situazione di evidente precarietà e impreparazione, strettamente connessa all’urgenza che ne ha accompagnato l’attivazione. Nel caso de L’Aquila, riaperto a fine ottobre dopo la lunga chiusura seguita al terremoto del 2009, la necessità di nuovi posti ha comportato l’avvio delle attività in una struttura ancora interessata da lavori di ristrutturazione. Alcune aree risultano tuttora inagibili o non pienamente conformi ai requisiti di sicurezza, mentre gli spazi per le attività all’aperto sono gravemente insufficienti. Anche l’offerta trattamentale e scolastica risente della riapertura accelerata: la maggior parte dei percorsi è ancora in fase di attivazione. I ragazzi presenti, pur in numero contenuto, soffrono la carenza di attività, la limitazione degli spazi comuni e la ridotta possibilità di socialità, con effetti evidenti sulla qualità della vita detentiva.

Situazione simile si riscontra presso l’Ipm di Lecce, inaugurato il 20 novembre. Al momento della visita l’istituto si presentava ancora come un cantiere aperto, con operai al lavoro e ambienti non del tutto completati o pienamente fruibili. Nonostante l’imminente ingresso dei primi minori, permangono rilevanti criticità strutturali e organizzative: infiltrazioni nella stanza per le visite di primo ingresso, spazi trattamentali non completamente attrezzati, cortile  passeggi di dimensioni ridotte e privo di coperture e servizi adeguati, oltre alla mancanza di figure essenziali come il neuropsichiatra. In entrambi i casi, l’impressione è che l’esigenza di aumentare rapidamente i posti disponibili abbia prevalso sulla necessità di garantire strutture pienamente idonee e dotate delle risorse professionali indispensabili. Le nuove aperture appaiono così come una risposta emergenziale a un problema strutturale, con il rischio che l’urgenza finisca per incidere sulla qualità dell’intervento educativo e sulle condizioni di vita dei minori privati della libertà.

Per far fronte all’aumento della popolazione detenuta nel 2025, ancor prima dell’apertura dei nuovi Ipm, dal 24 marzo al 30 settembre 2025 è stata operativa una sezione Ipm all’interno di un carcere per adulti, ovvero una sezione nella Casa Circondariale Dozza di Bologna che era destinata ad ospitare giovani adulti in carico al sistema di giustizia minorile (vedi il capitolo sulla sezione per giovani adulti alla Dozza in questo rapporto). La sezione è stata concepita come misura temporanea, finalizzata a ridurre la pressione sugli istituti minorili più sotto stress a causa del generale incremento delle presenze. Questa esperienza, seppur transitoria, ha costituito una deroga rilevante al modello tradizionale del sistema penale minorile. La collocazione di soggetti formalmente inseriti nel circuito minorile all’interno di un carcere per adulti rompe una separazione che è sempre stata uno dei pilastri della giustizia minorile. 

Gli effetti concreti di un aumento di presenze senza precedenti

Il sistema penitenziario minorile, nel biennio successivo all’entrata in vigore del Decreto Caivano, si è trovato a gestire numeri significativamente superiori rispetto al passato. Durante le visite effettuate da Antigone nel 2025, diversi istituti hanno confermato le difficoltà quotidiane derivanti dall’aumento costante delle presenze e dalla carenza di spazi adeguati, condizioni che hanno inevitabilmente compromesso la qualità della detenzione e limitato l’efficacia dell’intervento educativo. A Caltanissetta, il più piccolo Ipm d’Italia, dal 2023 gli ingressi sono raddoppiati rispetto al passato: se in precedenza la presenza media si attestava intorno ai sei ragazzi — tanto che in alcuni periodi, come nel 2016, si era arrivati persino a ipotizzare la chiusura dell’istituto per l’esiguità dei numeri — oggi la struttura si trova stabilmente al massimo della capienza. Un andamento analogo, con numeri parametrati alla maggiore grandezza dell’istituto, si è registrato nell’Ipm di Roma Casal del Marmo. Se oggi i numeri delle presenze sono in linea con la capienza regolamentare, fino a qualche mese fa l’Istituto ha dovuto affrontare una significativa situazione di sovraffollamento, arrivando a fine 2024 ad ospitare 70 ragazzi/e. Numeri così elevati hanno implicato l’aggiunta di letti in gran parte delle celle, riducendo in maniera significativa gli spazi delle sezioni maschili, già di per sé ristretti e in alcuni casi fatiscenti. Le stanze, solitamente occupate da due ragazzi, sono state riadattate per ospitarne quattro. Alcuni ragazzi hanno riferito di aver trascorso anche periodi in cinque, dormendo tutti insieme su tre letti accostati. Una soluzione emergenziale che, seppur formalmente gestita, ha inciso inevitabilmente sulla qualità della vita quotidiana e sugli spazi individuali. Nell’Ipm di Catania, l’aumento delle presenze ha comportato criticità nella gestione degli ambienti e nell’organizzazione delle attività. Secondo la direzione, i locali appaiono insufficienti, per numero e capienza, a garantire a tutti i minori e giovani adulti l’effettivo accesso alle attività scolastiche e formative. Anche le risorse economiche e le progettualità finanziate risultano non proporzionate alla crescita dei numeri, con il rischio di comprimere il diritto allo studio e al trattamento educativo. Presso l’Ipm di Torino, per far fronte al sovraffollamento, si è fatto spesso ricorso all’utilizzo di brandine aggiuntive. A fine dicembre 2025 i ragazzi presenti erano 52, 6 in più rispetto alla capienza regolamentare. Anche a Firenze, a causa dell’aumento delle presenze che hanno raggiunto quota 29 (a fronte di una capienza di 17 posti) si è dovuto ricorrere a soluzioni di emergenza, come l’aggiunta di materassi a terra. Si tratta di soluzioni improvvisate, dettate dall’urgenza di ricavare nuovi posti letto, ma ottenute a scapito della dignità dei ragazzi ristretti.

Gli Ipm di Milano e Bologna: due casi emblematici di abbandono 

L’Ipm Beccaria di Milano rappresenta l’emblema della crisi che negli ultimi anni attraversa il sistema di giustizia minorile (vedi il capitolo sulla situazione al Beccaria di Milano in questo rapporto). La palazzina principale dell’istituto ospitava quattro gruppi detentivi. Le celle presentano dimensioni variabili: le più grandi possono accogliere fino a quattro ragazzi. Tutte sono arredate in modo molto essenziale, con letti fissati a terra e un piccolo armadietto. Nel Gruppo 1, in una cella da tre, era stato aggiunto un materasso per terra. Nel Gruppo 3 erano presenti tredici ragazzi: in una cella doppia e in una singola era stato aggiunto un materasso per terra; nella cella singola il materasso entrava a malapena, costringendo il ragazzo a dormire di sbieco. Il Gruppo 4 ospitava cinque ragazzi: due celle erano state distrutte durante il verificarsi di eventi critici avvenuti qualche settimana prima e l’intera sezione necessitava di ristrutturazione, ma veniva comunque utilizzata per la carenza di posti disponibili altrove.

Un’altra situazione critica è stata quella riscontrata dagli Osservatori di Antigone presso l’Ipm di Bologna. Sebbene oggi l’istituto sia interessato da importanti interventi di riorganizzazione e riqualificazione, nel tentativo di recuperare la vocazione trattamentale che storicamente lo ha caratterizzato, quanto osservato a maggio 2025 rimanda piuttosto ad uno stato di grave abbandono. Il degrado era evidente e diffuso: sporcizia, incuria e trasandatezza caratterizzavano tanto gli spazi comuni quanto le celle. Il primo piano, destinato ai minorenni, versava nelle condizioni peggiori. Nella stanza c’erano quattro brande e una televisione. Niente di più; non un tavolino, non una sedia. In compenso, montagne di spazzatura. Il secondo piano, destinato ai giovani adulti, appariva meno compromesso, ma comunque segnato da un clima di generale trascuratezza. In particolare, gli Osservatori hanno  incontrato un ragazzo con evidenti sofferenze psichiatriche, detenuto da solo in una cella in condizioni degradanti. La stanza  non aveva vetri alla finestra; il materasso era privo di lenzuola; il lavandino era rotto; a terra vi erano sporcizia e perdite d’acqua; l’odore era acre. Altri ragazzi, con lo schermo della televisione bloccato su canali di cucina, raccontavano di non avere il telecomando per cambiare canale e di non avere i soldi per comprarlo.

Gli effetti disciplinari del Decreto Caivano sull’andamento dei percorsi penali

Oltre a modifiche di natura penale, che hanno favorito l’aumento delle presenze negli Ipm, comportando, come si è visto, un drastico peggioramento delle condizioni di detenzione, il Decreto Caivano è intervenuto su altri aspetti incisivi dei percorsi penali. In particolare, è andato ad incidere su due strumenti utilizzati nei servizi residenziali della giustizia minorile per ragioni disciplinari, entrambi con ricadute sostanziali sull’andamento dei percorsi educativi dei ragazzi e delle ragazze coinvolte. Il primo è il cosiddetto “aggravamento” della misura cautelare, ovvero il provvedimento per il quale in caso di violazione di alcune regole della comunità viene disposto il trasferimento in Ipm in ottica punitiva. Con il Decreto Caivano è stato soppresso il limite prima previsto di trenta giorni, teoricamente consentendo di disporre di aggravamenti della misura anche di durata superiore. Come raccontato in occasione di diverse visite, e confermato dai dati del Ministero, tale modifica è stata interpretata in larga parte come una soppressione tout court dell’aggravamento temporaneo, a favore di trasformazioni definitive della misura di comunità in detenzione in Ipm. Secondo il direttore di Casal del Marmo, a seguito delle modifiche intervenute con il decreto, tutte le circostanze che prima avrebbero comportato l’aggravamento temporaneo si sono tradotte in sostituzioni definitive della misura, comportando la permanenza in carcere per l’intera fase cautelare. Anche a Potenza, Firenze e Cagliari viene segnalato come oggi molti ragazzi entrino in Ipm a seguito di infrazioni disciplinari commesse in comunità che, diversamente dal passato, non prevedono più un termine perentorio, risultando di fatto di durata indefinita. L’assenza di limiti temporali trasforma quella che un tempo era una permanenza in carcere provvisoria, già di per sé dannosa per il ragazzo, in una misura definitiva, confermando un trend verso misure più restrittive. Il secondo aspetto su cui è intervenuto il Decreto Caivano, sempre in ottica punitiva, è la possibilità di trasferire con più facilità rispetto al passato ragazzi e ragazze maggiorenni in carceri per adulti. Ad esempio nell’Ipm di Roma, nel 2024 sono stati disposti 16 trasferimenti al sistema adulti per questioni di sicurezza, e altri 9 nella prima metà del 2025. Il trasferimento agli adulti ha ovviamente un impatto enorme sul percorso del ragazzo, interrompendo gli interventi educativi avviati in Ipm e collocandolo in un contesto dove le possibilità di sostegno e le opportunità di reinserimento risultano drasticamente ridotte rispetto a quello minorile.

Ragazzi trasferiti come pacchi in giro per l’Italia

Oltre ai trasferimenti al sistema per adulti, ancor più frequenti sono i trasferimenti da un Ipm all’altro, principalmente per ragioni di sicurezza o per carenza di posti. Trasferimenti di questo tipo sono stati disposti soprattutto nei momenti di maggiore pressione numerica, raggiungendo livelli particolarmente preoccupanti durante il primo semestre del 2024. In corrispondenza dell’aumento degli eventi critici, molti ragazzi sono stati trasferiti presso altri Ipm come misura rapida per ristabilire l’ordine, utilizzando gli spostamenti come uno strumento punitivo oltre che organizzativo. Proprio durante una visita del nostro Osservatorio nell’Ipm di Bologna due ragazzi sono stati trasferiti, senza che sia stato possibile accertare se la struttura di destinazione fosse un Ipm o un carcere per adulti. Questa pratica comporta drastiche interruzioni nei percorsi educativi, relazionali e terapeutici dei ragazzi, aggravando la vulnerabilità di coloro che presentavano profili più complessi. Ha riguardato soprattutto i ragazzi minori stranieri non accompagnati, spesso considerati privi di riferimenti territoriali e, per questo motivo, soggetti a trasferimenti ricorrenti anche verso istituti lontani. In realtà, questi giovani mantengono legami sul territorio, sebbene più fragili e proprio per questo meritevoli di maggiore tutela e continuità educativa. Dei 114 ragazzi accolti nell’IPM di Torino nel corso del 2025, 22 provenivano da altri istituti, in particolare da quelli di Genova e Milano. Secondo quanto ha riferito la Direzione durante la visita, in molti casi si è trattato di trasferimenti motivati da esigenze di ordine e sicurezza. A loro volta, non sono stati rari i casi in cui i ragazzi presenti nell’Ipm di Torino sono stati trasferiti in altri Ipm, talvolta anche molto lontani, come quelli siciliani. Sebbene ora il clima risulti più sereno, ad inizio 2024, anche l’istituto di Catania è stato interessato da criticità analoghe a quelle verificatesi negli altri Ipm. Durante la visita, la direttrice ha riferito di aver dovuto assicurare reperibilità notturna anche una o due volte a settimana per intervenire in caso di incendi. In quel periodo presso l’Ipm di Catania vennero trasferiti numerosi MSNA provenienti dagli istituti del Nord Italia. Questi ragazzi presentano esigenze evolutive complesse, legate a vissuti traumatici, all’abuso di sostanze stupefacenti e di farmaci; fattori che spesso hanno influito nel verificarsi degli eventi critici. Grazie allo sforzo di tutto il personale, secondo la direzione, una volta arrivati a Catania i ragazzi MSNA trovano un ambiente sereno e strutturato secondo regole definite, nel quale riescono ad inserirsi. Da diversi anni opera in Istituto un mediatore di lingua araba che porta avanti un importante lavoro di integrazione. A volte gli educatori e il mediatore mangiano insieme ai ragazzi per lavorare anche in questi momenti su aspetti di condivisione e integrazione. Presso l’Ipm di Palermo, secondo quanto riferito dalla Direzione, per evitare tensioni, si è optato per un approccio diverso, dividendo i ragazzi secondo tre macro gruppi: il “bianco” costituito da ragazzi italiani, il “rosso” da ragazzi stranieri e il “verde” da ragazzi separati dagli altri alla luce del titolo di reato loro ascritto o per una condotta problematica.  Mentre le attività scolastiche vengono realizzate in comune, i ragazzi del gruppo rosso e bianco partecipano insieme anche alle attività sportive. Le occasioni di incontro e di attività in comune per i ragazzi del gruppo verde sono, invece, più limitate. 

La risposta istituzionale alle infrazioni disciplinari dei giovani ristretti

La risposta più tradizionale posta in essere dall’istituzione penitenziaria, anche minorile, per reagire alle alterazioni dell’ordine e alle situazioni critiche è l’attivazione del sistema disciplinare. La risposta alle infrazioni disciplinari più gravi è la sanzione di esclusione dalle attività in comune che nel sistema minorile ha una durata massima di 10 giorni (nel sistema degli adulti, invece, di 15). Sebbene in ambito minorile in molte occasioni tale sanzione si limiti ad escludere il ragazzo dalle attività ricreative, rimanendo inalterata la partecipazione alle attività scolastiche, è bene ricordare quanto suggerito dalle raccomandazioni internazionali. Come chiariscono le Mandela Rules (regola n. 45), l’imposizione dell’isolamento, inteso come la permanenza in solitudine per più di 22 ore al giorno senza contatti umani significativi, è proibito nei confronti dei soggetti minori.

Dalle visite condotte dai nostri Osservatori emerge come l’isolamento sia un dispositivo piuttosto utilizzato negli Ipm. Presso l’Ipm di Roma, durante il 2024, sono state complessivamente irrogate 214 sanzioni, di cui più della metà (132) sono provvedimenti di esclusione dalle attività in comune. Tuttavia, secondo quanto viene riferito dal Direttore, la sanzione disciplinare dell’esclusione dalle attività in comune non viene mai eseguita nelle celle di isolamento, ma nelle stanze ordinarie. 

Nell’ambito dell’attività di monitoraggio, prestare attenzione alle condizioni delle celle in cui si svolge la sanzione di isolamento è cruciale per capire il clima istituzionale.  A Nisida, vi sono quattro stanze destinate ai giovani in osservazione sanitaria o destinatari della sanzione disciplinare di isolamento, laddove quest’ultima non possa essere eseguita in una camera ordinaria. Al momento della nostra ultima visita, due celle singole erano occupate da ragazzi che dovevano scontare una sanzione disciplinare di esclusione dalle attività in comune. Le condizioni di tali celle, nonostante gli interni fossero stati appena tinteggiati, sono estremamente degradanti: mancanza di arredo ad eccezione del letto fissato al pavimento e di un minuscolo mobile rotto, mancanza di vetri agli infissi o vetri rotti, sanitari non funzionanti e allagati con risalita di acque reflue. Le docce sono sprovviste di soffione e piene di muffa.  A causa dell’assenza di vetri alle finestre, oltre al freddo, viene lamentato l’ingresso di animali, in particolare insetti e ratti, probabilmente attirati anche dalla massiccia presenza di rifiuti nell’area esterna antistante le finestre delle celle.  A Milano, all’interno dell’infermeria, sono presenti due celle destinate all’isolamento sanitario, dove spesso però vengono collocati ragazzi che devono eseguire un provvedimento disciplinare di esclusione dalle attività in comune. Il giorno della nostra ultima visita erano occupate da quattro ragazzi, due per cella. I nostri Osservatori hanno rilevato che le celle erano dotate soltanto di un letto e di un materasso a terra, prive di qualsiasi altro mobilio, con il bagno alla turca. È proprio in questi spazi che sarebbero avvenute le violenze oggi oggetto del processo per tortura, che vede imputati numerosi agenti.

A testimonianza del cambiamento di rotta assunto dal sistema detentivo minorile, rispetto al passato in alcuni Ipm sembra esserci un più immediato ricorso al sistema disciplinare. A Catania la direttrice sostiene che la modalità di gestione delle situazioni da parte degli agenti abbia infatti subito un significativo cambiamento negli ultimi anni. Se prima molte circostanze venivano affrontate sul nascere con strumenti di mediazione, ora spesso gli agenti presentano subito rapporti disciplinari anche per fatti di lieve entità, come un insulto o un ritardo nell’ingresso. Secondo la direzione questo dipende dalla mancanza di formazione specifica sulla modalità di gestione con strumenti di de-escalation. Tra metà 2024 e metà 2025 sono stati effettuati 370 rapporti disciplinari. In media, su trenta consigli di disciplina vengono disposte 4 o 5 sanzioni di isolamento. Al contrario, la direttrice dell’Ipm di Palermo racconta che il sistema disciplinare abbia dovuto adattarsi alla nuova utenza: se un tempo il mancato rientro in stanza comportava una sanzione disciplinare, oggi, essendo più frequenti, questo non accade più, a testimonianza di un’istituzione che si mostra meno rigida rispetto al passato.

A Treviso, invece, la direttrice riferisce di non aver mai disposto isolamenti disciplinari. In alcuni casi si è disposta l’esclusione dalle attività in comune sportive (accesso al campo da calcio). I provvedimenti di esclusione dalle attività in comune erogati sono molto esigui; in parte questo è dovuto alla scarsa idoneità degli spazi, in parte la direttrice difende questo dato come indicativo di una certa visione rispetto alla mission dell’IPM, sostenendo che se l’obiettivo è l’intervento educativo allora è necessario puntare su attività di impronta riparativa piuttosto che sanzionatoria. Ad esempio, a seguito dell’incendio provocato in sezione qualche settimana prima della visita, i ragazzi hanno aiutato a pulire e ritinteggiare le pareti. A Caltanissetta, alle infrazioni disciplinari spesso si reagisce mettendo in campo azioni di giustizia riparativa; vengono abitualmente realizzati incontri di mediazione penale e laboratori di gestione dei conflitti, spesso anche coinvolgendo le scuole del territorio. Le sanzioni disciplinari vengono irrogate con una frequenza media di una o due ogni quindici giorni.

L’assistenza sanitaria e l’uso di psicofarmaci nei percorsi di cura dei ragazzi detenuti

Di fronte ad un’utenza con multipli livelli di complessità e vulnerabilità, un adeguato supporto da parte del personale sanitario è fondamentale sia per il benessere dei ragazzi ristretti, che per il mantenimento di un clima disteso all’interno del carcere. Negli ultimi anni, alle carenze del servizio sanitario e, più in generale, alle carenze del sistema che non hanno permesso un’adeguata presa in carico del ragazzo ristretto, si è risposto con la somministrazioni di dosi massicce di psicofarmaci. Ancora una volta, rileva il caso dell’Ipm di Milano, dove anche il Garante comunale ha potuto constatare l’esistenza di una rilevante farmacodipendenza tra i ragazzi. Durante una recente visita degli osservatori di Antigone – ma situazioni analoghe erano state riscontrate anche in passato -, nonostante fossero circa le ore 12.00, tutti gli 11 ragazzi presenti presso la sezione chiamata “ex secondo” stavano ancora dormendo; tutte le celle erano chiuse e le luci spente. Secondo il personale i ragazzi preferiscono fare tardi la sera e dormire tutta la mattina rifiutandosi di partecipare alle attività. Tuttavia, sembra verosimile che anche la somministrazione di dosi elevate di psicofarmaci possa aver contribuito a definire tale scenario; anche i pochi ragazzi incrociati nelle aule scolastiche o laboratoriali avevano lo sguardo annebbiato.

Soprattutto quando i ragazzi presentano condotte talvolta alterate, risultando di difficile gestione per lo staff penitenziario, la cosiddetta “neutralizzazione farmacologica” finisce per configurarsi come un espediente volto a rendere la popolazione detenuta più ordinata, rivelando una logica di controllo che rischia di soppiantare le esigenze educative e relazionali. Durante l’ultima visita presso l’Ipm di Pontremoli viene riferito un ricorso quasi nullo agli psicofarmaci (se non a livelli bassissimi), ma al contempo viene rilevata la presenza di un’infermiera per la somministrazione della terapia ben tre volte al giorno. Da un’inchiesta realizzata da Altreconomia, emerge come nel biennio 2022-2024 la spesa per l’acquisto di antipsicotici sia considerevolmente aumentata in molti Ipm, tra i quali quello di Pontremoli, dove è cresciuta del 435%. L’inchiesta dipinge dunque un quadro molto diverso da quello descritto durante la visita. 

Fortunatamente però vi sono sempre più istituti che stanno adottando un approccio anti farmacologico. E’ il caso di Catania ad esempio. In quest’ultimo istituto, al momento della visita, un solo ragazzo assumeva terapia farmacologica, mentre fino a poco tempo fa erano in tre. Secondo quanto riferito dal personale, sono molto diffuse complessità legate a criticità comportamentali, ma non psichiatriche. In generale, viene riferito come nel caso di dipendenza da psicofarmaci, dopo una fase di compensazione iniziale, si provi sempre a sospendere gradualmente ogni terapia. Anche a Caltanissetta si sta cercando di limitare la somministrazione di psicofarmaci, nonostante il personale ammetta non poche difficoltà in questo senso: 6 su 8 ragazzi presenti manifestano qualche forma di disagio psichico. Due di loro sono stati sottoposti ad un TSO in passato. La situazione si fa ancora più difficile se si considera la mancanza della figura del neuropsichiatra. Tale assenza è dovuta ad una carenza della figura professionale a livello territoriale, essendoci solo due neuropsichiatri nell’Azienda Sanitaria Provinciale (ASP) di riferimento. Per sopperire in parte all’assenza del servizio, il prossimo settembre l’ASP dovrebbe erogare al personale dell’Istituto una formazione ad hoc per la gestione dei casi critici. Nel frattempo gli operatori si trovano a dover gestire in totale autonomia ragazzi con assunzioni di terapie significative provenienti da altri istituti e conseguenti forme di dipendenza farmacologica. La mancanza neuropsichiatra è stata segnalata anche a Palermo e a Bari. 

La situazione, invece, sembra essere migliorata a Torino, dove il medico segnala circa il 10% di pazienti in terapia psichiatrica (con neurolettici di secondo livello, prescritti solo dallo specialista). Da circa un anno è stato firmato il protocollo per la somministrazione dei farmaci, che ha tolto dal prontuario dell’istituto tutti i farmaci ritenuti superflui, di cui si registrava un abuso (ad esempio perché utilizzati a scopo sedativo). Le ore di presenza degli specialisti in neuropsichiatria sono aumentate e questo permette una migliore presa in carico dei ragazzi detenuti. Si segnala come grave criticità la gestione delle dipendenze da crack inalato e Rivotril (entrambi molto utilizzati all’esterno per i costi particolarmente contenuti) per i quali esiste un protocollo di scalaggio con Lorazepam o Valium. Nuove assunzioni di personale sono avvenute anche a Bologna, dove da marzo 2025 sono presenti due psicologhe, una dedicata all’area minorenni e una all’area giovani adulti, due volte a settimana (rispettivamente per 15 e 30 ore). Inoltre, uno psichiatra accede in istituto con cadenza settimanale, oltre a due neuropsichiatre, anche loro presenti una volta a settimana. È infine garantita la presenza di un medico del Ser.D. una volta a settimana. Rispetto alla presa in carico sanitaria dei ragazzi, presso l’Ipm di Catanzaro vi sono due medici (presenti rispettivamente 36 e 24 ore a settimana), due infermieri e numerosi specialisti. Tra questi ultimi accedono con regolarità in istituto un odontoiatra, un ortopedico, un oculista e un dermatologo. Per quanto concerne l’area di salute mentale, si rappresenta la presenza di due psicologhe, una psichiatra, una neuropsichiatra infantile, e infine anche una etnopsicologa. La situazione non è altrettanto rosea ad Airola, dove è presente una sola infermiera in orario mattutino e a Bari, dove la presenza dell’unico medico non è assicurata in modo stabile.

Il personale negli IPM, tra ricambio generazionale e carenze formative

Un aspetto ricorrente evidenziato durante diverse visite in Ipm riguarda la formazione del personale, negli ultimi anni ridotta nella durata e accorpata sempre più a quella del sistema per adulti, a scapito della specificità necessaria. La mancanza di formazione appropriata dei neo assunti, sommata al pensionamento del personale più esperto, si traduce in ridotte conoscenze operative e pedagogiche essenziali per lavorare in ambito minorile. Se tuttavia guardiamo al solo aspetto quantitativo, si rileva come in diversi Ipm siano aumentate in maniera significativa le risorse presenti nelle aree educative, con numeri che superano spesso quelli del passato. A Roma, l’area educativa conta oggi 19 Funzionari della professionalità pedagogica (FPP), ciascuno con una presa in carico di 4‑5 ragazzi. A Milano il personale educativo è passato da 3 a 11 FPP, affiancati da 16 educatori comunali. A Palermo sono presenti 11 FPP, tra cui 3 neoassunti. A Bologna l’area educativa è composta da 10 FPP, affiancati da tre esperti ex art. 80 e un’assistente sociale. Per quanto riguarda le risorse nell’area sicurezza, viene segnalato come spesso il numero di unità assegnate all’istituto non rispecchi quello degli agenti effettivamente presenti. A Roma, su 79 agenti assegnati sono operative solo 55 unità; a Milano, pur avendo 112 unità assegnate, circa 80 risultano effettivamente operative; a Palermo, su 56 agenti previsti in pianta organica, per turno sono presenti solo 35 unità. Oltre ai distaccamenti in altre strutture, una delle principali cause di questa discrepanza è da rilevare – a detta degli stessi comandanti – nei frequenti permessi per malattia. L’assenteismo, particolarmente rilevante tra le reclute più giovani, genera continue difficoltà organizzative impattando ulteriormente sui carichi di lavoro dei colleghi effettivamente operativi (vedi il capitolo sul personale negli Ipm in questo rapporto).

L’offerta educativa negli IPM: abbondanza di attività ricreative e carenza di percorsi di formazione professionalizzanti

Quando si visita un Ipm si percepisce subito se si è entrati in un luogo attivo, con proposte ricreative e formative in grado di coinvolgere realmente i ragazzi e le ragazze presenti, oppure in un ambiente dove il tempo scorre lentamente, senza particolari stimoli né opportunità di crescita. Le attività proposte, siano esse culturali, ricreative o formative, hanno un’importanza fondamentale per diversi motivi: permettono di acquisire nuove competenze, di occupare il tempo in maniera costruttiva e di accedere a eventuali opportunità future. Rappresentano inoltre strumenti preziosi di integrazione e di relazione, sia con gli altri ragazzi che con il personale. Come racconta il mediatore culturale dell’Ipm di Catania, molti ragazzi mantengono un atteggiamento di chiusura durante i colloqui con il personale dell’area educativa, mentre si aprono e si mostrano più partecipativi durante le attività. E’ quindi fondamentale che ogni Istituto si adoperi al fine di disporre di una offerta variegata di percorsi, provando il più possibile a rispondere alle esigenze e agli interessi dei ragazzi e delle ragazze coinvolte. 

Gli Ipm collaborano con le scuole locali per garantire ai giovani detenuti il diritto all’istruzione, comunicando le necessità formative al Centro Provinciale Istruzione per Adulti (CPIA)  del territorio e agli Istituti di scuola secondaria di secondo grado. In tutti gli Ipm vengono offerti percorsi di scuola primaria, alfabetizzazione e scuola secondaria di primo grado, mentre solo in alcuni sono previsti corsi di scuola secondaria di secondo grado. Secondo la relazione sull’amministrazione della giustizia, nell’anno scolastico 2024/2025 gli iscritti ai corsi di alfabetizzazione sono stati 308, ai corsi di primo livello 234 e ai corsi di secondo livello 195. Per quanto riguarda la scuola secondaria, 65 minori hanno frequentato percorsi di primo grado, mentre 30 percorsi di secondo grado. Complessivamente, 46 hanno seguito percorsi finalizzati al conseguimento del diploma di maturità. Tre ragazzi e ragazze risultavano iscritti a corsi universitari. 

Se nella maggior parte degli Ipm sono più o meno numerose le attività scolastiche, quelle professionalizzanti e lavorative risultano assai più limitate. Spesso ci si scontra con ostacoli che prescindono dalle possibilità dei singoli Istituti, come ad esempio per l’attivazione di corsi professionali erogati a livello regionale, previsti soltanto in alcuni Ipm. Secondo la relazione sulla giustizia, complessivamente nell’anno 2024/2025 erano iscritti a corsi e laboratori professionalizzanti 42 ragazzi e ragazze in tutta Italia. In nessuno dei quattro Istituti siciliani è previsto alcun corso di formazione professionale da oltre un decennio. Stessa cosa in Puglia. La Direzione dell’Ipm di Bari parla apertamente di un abbandono da parte della Regione che da circa sette anni non attiva corsi professionali. L’assenza di corsi professionalizzanti si riverbera sul percorso dei ragazzi i quali, a parte fruire della scuola e dei corsi ricreativi organizzati da associazioni esterne, non hanno a disposizione risorse  formative e professionali utili da spendere una volta tornati in libertà. Per sopperire a tale mancanza i singoli Istituti provano ad arrangiarsi con l’attivazione di attività formative finanziate dal Dipartimento o da enti privati che non rilasciano però certificazioni ufficiali e risultano quindi difficilmente spendibili una volta fuori. Ad esempio a Catanzaro erano attivi un laboratorio di pizzeria, uno di tatuaggi e uno da videoreporter con rilascio di attestato. Anche a Firenze, dove la formazione professionale non è garantita, erano previsti diversi laboratori ma nessuno prevedeva il rilascio di crediti formativi. Diversi laboratori sono previsti anche a Nisida, a testimonianza dell’intenso legame che sussiste tra Ipm e realtà del territorio. Sono numerose le fondazioni, le cooperative e le associazioni coinvolte nell’offerta formativa diretta ai ragazzi ristretti, come l’Accademia della pizza, il laboratorio di friggitoria e rosticceria o quello di artigianato presepiale. Sul piano socio-educativo è organizzato un laboratorio per la cura delle relazioni affettive e genitoriali e un laboratorio per il recupero dalle dipendenze. Sono inoltre presenti attività per supportare percorsi di autonomia nella vita quotidiana e attività di rigenerazione sociale, come quella inerente la pulizia e raccolta differenziata degli spazi comuni dove sono coinvolti 15 ragazzi. 

A Treviso, dove sono previsti corsi professionalizzanti veri e propri, come quello di muratura tenuto dall’ENAIP, nessun ragazzo è però coinvolto in attività lavorative, né all’esterno né all’interno dell’istituto. La partecipazione dei ragazzi a esperienze professionali concrete rappresenta sicuramente uno degli aspetti più rilevanti dei percorsi all’interno degli Ipm. Un’occupazione può essere non solo uno strumento fondamentale di crescita e responsabilizzazione, ma un modo per autosostenersi e inserirsi più facilmente una volta fuori dall’Ipm. In tal senso i percorsi più significativi sono quelli che prevedono attività all’esterno, grazie ad autorizzazioni previste dall’articolo 21 dell’Ordinamento Penitenziario. A Caltanissetta due ragazzi sono assunti da datori di lavoro esterni, uno da un’impresa edile e un altro dalla ditta che si occupa della cucina dell’Istituto. A Catanzaro, al momento della nostra ultima visita, erano 4 i ragazzi con attività lavorativa in art. 21. Di questi, uno lavorava presso il Mcdonald’s e un altro svolgeva un corso-lavoro che lo teneva impegnato per 5 ore al giorno con una retribuzione pari a 600€ lordi al mese. A Catania due ragazzi sono autorizzati ad attività all’esterno. Uno frequenta il terzo anno dell’istituto superiore nautico e a breve dovrebbe iniziare un tirocinio formativo per mansioni di assistenza all’interno di una RSA, mentre l’altro è iscritto ad un corso universitario (frequentato in presenza tre giorni la settimana) e lavora nei week end in un centro commerciale con contratto di lavoro trimestrale. Nell’Ipm di Potenza, sulla base di requisiti giuridici e personali, è prevista anche la possibilità di seguire la scuola serale al di fuori dell’Ipm, in particolare l’istituto alberghiero ed il Centro Studi d’Anzi, con indirizzo scientifico, tecnico commerciale e di meccatronica. Si segnala la presenza di tre ragazzi prossimi al conseguimento della maturità nei tre indirizzi, rispettivamente in scuole di Terzigno, San Giuseppe Vesuviano e Napoli. Il Decreto legislativo 121/2018 estende la possibilità di recarsi all’esterno dell’Istituto, applicando la stessa disciplina offerta dall’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario, cosiddetto lavoro all’esterno, anche per attività di formazione, inserendo ragazzi e ragazze in scuole e università esterne così da incoraggiare percorsi di istruzione efficaci non solo da un punto di vista didattico ma anche di integrazione sociale. Simili opportunità sono tuttavia a volte precluse per mancanza di spazi adeguati negli Ipm. Solitamente infatti si preferisce collocare i ragazzi in articolo 21 in aree detentive separate dagli altri, principalmente per evitare che ricevano pressioni per portare all’interno oggetti o sostanze reperiti all’esterno. Se l’edificio non offre la possibilità di una tale separazione degli spazi, i ragazzi possono vedersi negato l’accesso all’articolo 21 anche in presenza dei requisiti giuridici personali o della disponibilità esterna ad accoglierli. A Roma, ad esempio, secondo la direzione, la mancata ristrutturazione di una palazzina identificata come possibile sezione per i ragazzi in articolo 21 impedisce di fatto la possibilità di dar vita a qualsiasi  percorso a trattamento avanzato. 

A Milano la palazzina dove sono ospitati i ragazzi in articolo 21 è sicuramente quella in condizioni migliori, con ambienti curati e un clima disteso. Dei tre ragazzi presenti al momento della nostra ultima visita due erano coinvolti in attività di formazione, mentre uno si recava all’esterno per lavorare. Nell’altra palazzina, dove sono detenuti la maggior parte dei ragazzi, si respira un clima ben diverso, di totale abbandono. Benché la visita si sia svolta in orari mattutini, solo quattro ragazzi erano in aula scolastica insieme ad un docente di informatica e uno di sostegno. Ognuno stava svolgendo attività diverse: un ragazzo sfogliava un libro di immagini, un ragazzo leggeva una fotocopia sull’effetto serra, un altro provava a compilare un difficile test di valutazione delle conoscenze informatiche e “il quarto si trovava in compagnia dell’insegnante di sostegno. Era evidente come non fosse in corso nessuna attività scolastica strutturata. Potenzialmente sono numerose le attività formative e professionalizzanti all’interno dell’Ipm, essendo presenti sia diversi spazi per le lavorazioni che numerose risorse esterne disposte a collaborare con l’Istituto. Nonostante questo, solo un ristretto numero di ragazzi è effettivamente coinvolto. Al momento della visita era attivo un corso di falegnameria, uno di cucina e uno di pasticceria. All’interno dell’Ipm la cooperativa Cidiesse ha un laboratorio produttivo con 5 postazioni per percorsi formativi.

Ancora insufficienti gli sforzi per garantire lo svolgimento dei colloqui prolungati

In un periodo di privazione della libertà, mantenere rapporti con i propri cari è fondamentale, sia come forma di supporto in una fase complessa come quella della detenzione, sia per evitare che, una volta tornati in libertà, i legami risultino indeboliti. A tal fine in tutti gli Ipm si effettuano regolarmente telefonate, videochiamate e colloqui in presenza, in numero superiore rispetto a quanto previsto nelle carceri per adulti. Per rendere ancora più significativi i momenti di incontro con i familiari e le persone di riferimento, il D.lgs. 2 ottobre 2018 n.121 ha introdotto la possibilità di organizzare i cosiddetti visite prolungate, garantendo ai ragazzi e alle ragazze momenti di contatto più estesi, all’interno di spazi arredati in modo simile a un ambiente domestico per favorire un clima sereno e accogliente. Ad oggi tutti gli Ipm prevedono la possibilità di colloqui di durata superiore a quella ordinaria (non sempre pari a quella prevista per le visite prolungate, compresa tra le 4 e le 6 ore), ma quasi nessuno in luoghi appositi. Da quanto emerge dalle visite condotte, solo ad Acireale i colloqui prolungati, della durata di circa 4 ore, si svolgono due volte la settimana in un spazio (chiamato “casetta”) dall’aspetto ben curato e simile a un ambiente domestico, con pareti arredate da quadri e dotata di una televisione, tavolo con sedie e un mobile cucina per preparare e consumare i pasti insieme ai parenti in visita. A Bari, nella programmazione 2024-2026, vi è la previsione di uno spazio ad hoc per i colloqui prolungati con le famiglie. Al momento, a parte la sala colloqui, non è presente alcuna zona per consentire ai ragazzi di passare del tempo con le famiglie. Ad oggi i lavori non sono ancora iniziati. Nel resto degli Istituti viene riferito che, per carenza di spazi e di risorse, non è al momento prevista la creazione di ambienti appositi. Interessante notare come entrambi gli Ipm di recente apertura, a L’Aquila e a Lecce, siano stati pensati in fase di progettazione senza spazi per affettività e visite prolungate, così come previsto invece dalla normativa.