Gli spazi degli IPM. L’architettura storica come dispositivo di libertà

Marta Acierno, Pisana Posocco

Varcare la soglia di un istituto penale per minorenni significa entrare prima di tutto in un sistema di spazi, odori, luci e materiali, che anticipa e orienta il senso dell’esperienza giuridica ed educativa. Sono i luoghi, con la loro qualità o il loro degrado, a comunicare immediatamente ai ragazzi il senso della risposta che la società intende dare all’errore: cura o abbandono, possibilità o punizione. Il carcere è la forma fisica dell’idea di pena, e delle contromisure che una comunità prende per proteggersi. Le carceri minorili hanno generalmente avuto all’origine una volontà di recupero – un carattere ibrido tra assistenza, scuola e detenzione – e raramente la punizione è stata l’idea principale e questo si è sempre riflesso nella forma e negli spazi con cui sono state definite queste strutture[1].

La relazione tra spazio e utenti

Sin dal primo carcere minorile costruito in Italia, ovvero quello progettato nel 1703 a Roma da Domenico Fontana, la forma determinò i modi della reclusione: Clemente XI, che lo promosse, voleva correggere attraverso l’insegnamento, la pratica della religione e l’apprendimento di qualche arte meccanica, e gli spazi erano così modellati: celle per la reclusione e una grande navata comune per il lavoro e la preghiera[2]. Nel tempo gli intenti educativi sono passati dalla punizione e redenzione – con lo strumento del lavoro e la preghiera – allo sviluppo di capacità di autoregolamentazione.

Facendo un salto temporale, nel Novecento c’è stato un caso interessante di edificio pensato per promuovere la coscienza di sé di giovani ristretti. L’Istituto Marchiondi Spagliardi progettato da Vittoriano Viganò a Milano (1954-58) era destinato a ospitare ragazzi con problemi di natura cognitiva e comportamentale, orfani o giovani provenienti da nuclei familiari disagiati. Non proprio un carcere. L’architetto pensò uno spazio che potesse aiutare lo sviluppo dei ragazzi e a questo lavorò con il neuropsichiatra Angelo Donelli che – come osserva Gerardo Semprebon – fu “fondamentale per scardinare l’impianto carcerario […] e aprire una riflessione innovativa sull’articolazione del programma in relazione alla tipologia degli edifici […]. Rispetto alle analoghe strutture coeve, il Marchiondi era portatore di un atteggiamento sperimentale e fiducioso nei confronti dei ragazzi più sfortunati, e la sua architettura ha creato le condizioni per un rinnovamento del tradizionale rapporto tra educatori e adolescenti e tra adolescenti stessi”[3]. L’istituto era stato progettato con un insieme di servizi – un centro scolastico, spazi collettivi e un convitto – atti ad offrire un supporto alla crescita. Viganò concepì spazi flessibili e luminosi capaci di stimolare la socialità e l’autonomia dei ragazzi. Come sottolineò Bruno Zevi, in questo spazio “i ragazzi non scappano”[4] perché l’armonia dell’ambiente educa all’equilibrio dei rapporti.

Oggi, l’educazione alla legalità negli Istituti Penali per i Minorenni (IPM) passa attraverso il “fare” ma sarebbe utile pensare a quanto potrebbe fare uno spazio di qualità in cui trascorrere la reclusione. Uno spazio che promuova consapevolezza e attività socializzanti, uno spazio che con la sua qualità permetta un rispecchiamento ed una diversa coscienza di sé. Un luogo che invece di isolarti in una periferia poco connessa, ti mantenga in relazione con la società.

Lo spazio detentivo non è un contenitore neutro: se svuotato di qualità, se privo di articolazioni, atrofizza l’ippocampo e annulla il senso dell’orientamento. Il potere dello spazio si manifesta nella capacità di spegnere il cervello o, al contrario, di preservarlo attraverso stimoli visivi, mobilità e interazioni vitali.[5]  

Come ricorda don Domenico Cambareri nel Rapporto Antigone 2024, anche un gesto minimo di decoro – una luce diversa, uno spazio curato, un ambiente che assomigli più a una casa che a un obitorio – può innescare un cambiamento simbolico profondo, capace di propagarsi all’intera struttura.

Questa consapevolezza assume oggi un’urgenza particolare nel contesto di una giustizia minorile in forte sofferenza. Negli ultimi anni, infatti, il sistema italiano, un tempo considerato un modello in Europa per la sua impostazione educativa, sta attraversando una fase di regressione, segnata dall’aumento delle presenze detentive, dal sovraffollamento degli IPM e da una progressiva assimilazione delle logiche della detenzione minorile a quelle del carcere per adulti. Come denunciato dall’appello promosso da Antigone, Defence for Children Italia e Libera, la risposta istituzionale tende sempre più verso la repressione e l’isolamento, tradendo i principi costituzionali, gli impegni internazionali e le stesse finalità rieducative che dovrebbero guidare l’intervento penale nei confronti dei minori. In questo scenario, l’ambiente architettonico non è un elemento neutro, ma parte integrante della risposta penale: può sostenere il mandato educativo della giustizia minorile oppure ostacolarlo, amplificando condizioni di marginalità e abbandono. Il tema assume una rilevanza ancora maggiore quando gli istituti penali minorili sono collocati all’interno di edifici storici, spesso ex conventi, palazzi nobiliari o strutture difensive, nati per funzioni radicalmente diverse da quelle detentive. Questi luoghi, carichi di memoria collettiva e di valori storico-architettonici, rischiano di trasformarsi in spazi opachi e inaccessibili, in cui il peso della storia si somma alla logica punitiva contemporanea. Nell’ambito di una ricerca[6] orientata alla tutela del patrimonio architettonico e culturale, queste righe intendono interrogare criticamente la relazione tra pedagogia, ambiente architettonico e patrimonio condiviso nelle carceri minorili italiane, assumendo lo spazio come dispositivo educativo e politico. Se la giustizia a misura di minorenne deve davvero “accompagnare” e non punire, allora anche i luoghi della detenzione devono essere ripensati: non come contenitori da occupare per necessità, ma come ambienti da trasformare consapevolmente, affinché la storia che custodiscono non diventi un ulteriore strumento di esclusione, bensì l’occasione per generare nuovi significati, responsabilità e possibilità di futuro. In questa prospettiva, l’architettura e il patrimonio non si limitano a ospitare l’educazione, ma partecipano attivamente alla costruzione di percorsi rieducativi, contribuendo a restituire ai ragazzi un senso di appartenenza, dignità e continuità con la comunità di cui continuano a far parte.

La riflessione sulle carceri storiche destinate alla detenzione minorile si inserisce in un quadro di attenzione più ampio per la qualità degli spazi detentivi, maturato nel corso dell’ultimo decennio e reso particolarmente esplicito in occasione degli Stati Generali dell’Esecuzione Penale del 2016. Pur trattandosi di un passaggio ormai non recente, essi rappresentano ancora un riferimento utile per delineare i termini del dibattito. In questo contesto, si intende approfondire il tema delle carceri storiche non soltanto come luoghi di reclusione, ma come beni culturali complessi, nei quali si intrecciano valori storici, architettonici, sociali e simbolici. L’analisi si fonda sull’esame di alcuni istituti di particolare interesse, accomunati dall’essere inseriti in complessi architettonici di elevato valore storico. Tra questi alcune strutture sono ricavate in ambiti conventuali, come il Pratello a Bologna e l’istituto Meucci a Firenze, altre in dimore storiche, quali l’IPM di Airola e il Malaspina di Palermo, e infine il complesso di Nisida, inserito in un sito fortemente stratificato, le cui origini risalgono all’età romana. L’indagine su questi casi studio ha preso avvio da una prospettiva di restauro e tutela, muovendo dalla convinzione che gli istituti di rieducazione minorile dovessero mantenere una collocazione all’interno dei centri storici, in continuità con il tessuto urbano e sociale di riferimento, ma ponendosi al contempo l’obiettivo di verificare in modo critico la compatibilità dell’uso penitenziario con i valori storici, architettonici e simbolici dei fabbricati che li ospitano. La conservazione e la gestione dei complessi carcerari storici si configurano infatti come un ambito particolarmente complesso e stratificato, che richiede un approccio integrato e una riflessione critica sulle implicazioni culturali, sociali e architettoniche connesse alla loro funzione[7]. L’inaccessibilità fisica che caratterizza questi luoghi si traduce spesso in una più profonda inaccessibilità culturale, ostacolando non solo i processi di conoscenza e di studio, ma anche quelli di trasmissione al futuro e di valorizzazione previsti dalla normativa vigente in materia di patrimonio culturale. In questo quadro, l’architettura penitenziaria, pur essendo portatrice di rilevanti valori storici, tipologici e simbolici, rimane largamente esclusa dal discorso pubblico e dalla costruzione collettiva del valore culturale, risultando invisibile sia sul piano materiale che su quello simbolico. Tale invisibilità non solo impedisce una piena comprensione del significato storico di questi spazi, ma contribuisce anche alla rimozione del tema della pena e, in particolare, della detenzione minorile dalla memoria civile condivisa. Nonostante la riforma penitenziaria del 1975 avesse già posto l’accento sull’importanza dell’apertura del carcere alla società e sull’interazione tra spazio detentivo e contesto urbano, la riflessione critica sulla qualità architettonica e sulla gestione del patrimonio carcerario storico risulta ancora oggi marginale e frammentaria. Nel corso della ricerca sono state così analizzate le condizioni di conservazione dei complessi, le loro vulnerabilità e le possibili strategie di restauro e valorizzazione; tuttavia, è emerso come tali istanze non possano essere considerate separate dalle ragioni di una più ampia tutela dei diritti dei minori detenuti. In questa prospettiva, il processo di tutela e conservazione del patrimonio culturale si configura non soltanto come un’azione rivolta alla salvaguardia dell’edificio storico, ma come un valido strumento di supporto al percorso rieducativo, capace di incidere sulla qualità degli spazi e sul significato attribuito all’esperienza detentiva. Pur nella loro specificità, gli istituti analizzati presentano elementi comuni che, se studiati in modo sistematico, possono orientare l’elaborazione di soluzioni efficaci e replicabili, capaci di coniugare tutela, uso e funzione rieducativa.

Gli istituti in edifici storici: trasformazioni, tutela e potenzialità educative

Pratello (Bologna)

Il complesso del Pratello, situato nel centro storico di Bologna, lungo l’omonima via che da secoli ospita funzioni assistenziali e educative nasce nel XIV secolo come monastero dei SS. Ludovico e Alessio e si sviluppa progressivamente fino alla fine del XVIII secolo, conservando un impianto monastico di grande valore storico-architettonico[8]. A seguito delle soppressioni napoleoniche viene riconvertito a funzioni sanitarie e successivamente educative, subendo trasformazioni rilevanti, tra cui la fusione delle corti e l’aggiunta del cosiddetto “carceretto”. Nel corso dell’Ottocento e del Novecento il complesso assume stabilmente la funzione di luogo di rieducazione minorile, con ampliamenti e sopraelevazioni culminate nel vincolo del 1978. Gli interventi più recenti, in particolare quelli tra il 2001 e il 2010, pur autorizzati con criteri conservativi, hanno introdotto modifiche strutturali e tipologiche invasive, frammentando gli spazi originariamente unitari e alterando la leggibilità dell’impianto storico[9]. Dal punto di vista dell’uso, la collocazione dei reparti nel corpo novecentesco risulta funzionalmente adeguata; tuttavia, la qualità architettonica degli spazi storici, caratterizzati da ambienti ampi e voltati, risulta solo parzialmente valorizzata e scarsamente condivisa con i ragazzi. In particolare, la compartimentazione degli spazi aperti compromette la lettura unitaria del chiostro e ne limita il potenziale educativo. Nel caso del Pratello, la prospettiva futura appare dunque legata alla possibilità di recuperare la chiarezza dell’impianto monastico, oggi indebolita da interventi che hanno privilegiato l’adattamento funzionale rispetto alla qualità spaziale. Una rilettura critica degli ambienti storici, soprattutto di quelli voltati e delle aree aperte, potrebbe restituire spazi unitari e riconoscibili, capaci di sostenere la dimensione comunitaria del percorso rieducativo senza entrare in conflitto con le esigenze di gestione e sicurezza.

Meucci (Firenze)

L’istituto “Gian Paolo Meucci” si trova nel centro storico di Firenze ed è ospitato nel complesso di San Martino alla Scala, fondato nel XIV secolo come struttura ospedaliera e assistenziale, con una lunga tradizione di accoglienza e cura dell’infanzia. Trasformato in monastero nel XVI secolo e successivamente soppresso, l’edificio viene riconvertito a istituto educativo nel 1873, mantenendo fino a oggi questa destinazione[10]. Il complesso conserva spazi di eccezionale qualità, in particolare il chiostro e la chiesa, che ospitò opere di altissimo pregio, come l’Annunciazione di Sandro Botticelli. Attualmente interessato da lavori in corso, il sito non consente una valutazione completa degli interventi recenti, ma emerge chiaramente il potenziale inespresso degli spazi storici. Dal punto di vista dell’uso rieducativo, la funzione attuale si colloca in una relazione complessa con il valore simbolico e architettonico della struttura, ma proprio questa qualità potrebbe costituire una risorsa educativa. Per il Meucci, la principale prospettiva risiede nella possibilità di trasformare il valore culturale e artistico del luogo in un dispositivo educativo attivo. La valorizzazione consapevole del chiostro, della chiesa e della memoria delle opere d’arte potrebbe favorire percorsi di apertura controllata e di responsabilizzazione, rafforzando nei ragazzi il senso di appartenenza a una storia collettiva che non esclude, ma include e riconosce.

Malaspina (Palermo)

Il complesso Malaspina sorge nel tessuto storico consolidato di Palermo, in un’area caratterizzata da una forte stratificazione di residenze nobiliari ed edifici pubblici. Ha origine come residenza aristocratica seicentesca e conosce nel tempo una successione di usi – manifatturieri, assistenziali ed educativi – fino a diventare sede di un luogo di rieducazione minorile nel 1931[11]. A partire dal 1989 è stato oggetto di un articolato programma di restauro e ampliamento, che ha interessato sia gli edifici storici sia le aree di nuova costruzione. Gli interventi di tutela si sono dimostrati efficaci nel preservare le strutture storiche e gli apparati decorativi di pregio, evitando trasformazioni irreversibili; tuttavia, l’inserimento di nuovi volumi all’interno dei cortili ha compromesso la continuità spaziale degli spazi aperti. Dal punto di vista dell’uso, il complesso presenta una marcata gerarchizzazione degli ambienti: la qualità architettonica è concentrata negli spazi di rappresentanza e negli uffici, mentre gli ambienti destinati alla vita quotidiana dei ragazzi risultano marginalizzati. Nel Malaspina emerge quindi la necessità di superare una lettura selettiva del patrimonio, estendendo la cura progettuale anche agli spazi della comunità educativa. Il recupero dei cortili e degli ampi ambienti storici potrebbe contribuire a ricomporre la frattura tra tutela monumentale e funzione rieducativa, restituendo continuità spaziale e valore simbolico agli spazi condivisi.

Airola (provincia di Benevento)

La struttura di Airola si trova nel centro della cittadina, è ospitata in un monumentale palazzo di origine tardo-medievale, ampliato nel Cinquecento come residenza ducale dei Caracciolo e successivamente trasformato in quartiere militare e poi in istituto educativo[12]. Dal 1931 l’edificio accoglie stabilmente una struttura dedicata ai percorsi di rieducazione, mantenendo una ricca dotazione di spazi di pregio, tra cui chiostri interni, giardini e un teatro tuttora in uso. Dal punto di vista architettonico, il complesso offre ambienti ampi e di elevata qualità, particolarmente adatti alla socialità, alle attività educative e alla vita comunitaria dei ragazzi. Tuttavia, l’istituto è percepito come un luogo chiuso e separato dal contesto urbano, spesso rifiutato dalla comunità locale. Ad Airola, la prospettiva futura sembra quindi legata meno al recupero della qualità spaziale, già elevata, e più alla ricostruzione del rapporto con la città. Il coinvolgimento dei ragazzi in attività di apertura simbolica e culturale, come la narrazione del luogo e della sua storia, potrebbe trasformare il palazzo in una risorsa condivisa, contribuendo a ridefinire l’immagine dell’istituto come parte integrante del patrimonio urbano e della memoria collettiva.

Nisida (Napoli)

Il complesso di Nisida rappresenta un caso unico per l’eccezionale stratificazione storica e per il livello di approfondimento conoscitivo raggiunto, nonostante la sua funzione educativa in contesto insulare. Abitata sin dall’età romana e caratterizzata dalla presenza di un imponente torrione difensivo di origine angioina, l’isola ha conosciuto nel tempo usi militari ed educativi, fino alla costruzione del complesso novecentesco[13]. Il sito è stato oggetto di numerosi studi storico-architettonici e di rigorose campagne di rilievo, che hanno guidato interventi di restauro particolarmente attenti alla compatibilità materica e alla sostenibilità[14]. I ragazzi hanno partecipato ai lavori di restauro, condotti con l’uso di tecniche tradizionali e con il riciclo dei materiali di risulta, reimpiegati come inerti nelle malte a base di calce. Il cantiere ha assunto così una valenza educativa concreta, dimostrando come la tutela del patrimonio, se fondata sulla conoscenza e su pratiche consapevoli, possa diventare uno strumento efficace di supporto al percorso rieducativo.

Conclusioni

L’analisi comparata dei casi studio – Pratello, Meucci, Malaspina, Airola e Nisida – mette in luce come le carceri storiche destinate alla detenzione minorile costituiscano un patrimonio architettonico e culturale di straordinaria rilevanza, ancora oggi solo parzialmente riconosciuto e valorizzato. Pur nella diversità degli impianti tipologici – complessi monastici, dimore nobiliari, architetture difensive – e delle successive trasformazioni, questi istituti condividono alcune caratteristiche fondamentali: la collocazione in contesti storici di pregio, la presenza di spazi ampi e di elevata qualità architettonica (chiostri, corti, ambienti voltati, sale di rappresentanza, teatri), e una stratificazione funzionale che testimonia una lunga tradizione di assistenza, educazione e controllo. Le principali criticità emerse riguardano la progressiva perdita di leggibilità degli impianti originari, dovuta a interventi frammentari e spesso guidati da esigenze funzionali contingenti, nonché la persistente separazione tra il valore storico-architettonico degli edifici e la vita quotidiana della comunità detenuta: i ragazzi sono spesso esclusi dalla fruizione degli ambienti di maggiore pregio, con una scelta amministrativa esplicita che finisce inevitabilmente per lanciare il messaggio che la loro quotidianità non merita cura e bellezza. Tuttavia, proprio questa complessità costituisce il principale elemento di potenzialità. Nei casi di Pratello, Meucci e Airola, la restituzione dell’unitarietà degli spazi aperti e degli ambienti collettivi potrebbe rafforzare la dimensione comunitaria e il significato educativo della detenzione; nel Malaspina emerge con forza la necessità di superare la gerarchizzazione implicita degli spazi, estendendo la qualità architettonica anche agli ambienti destinati ai ragazzi; Nisida, infine, dimostra come un solido processo di conoscenza storico-architettonica e un restauro attento alla compatibilità materica e alla sostenibilità possano trasformare il patrimonio in uno strumento attivo del progetto rieducativo. Le prospettive future delineate da questa ricerca indicano la necessità di un approccio integrato, in cui tutela, progetto e gestione siano concepiti in modo unitario, riconoscendo le carceri minorili storiche non come un’eccezione problematica, ma come laboratori privilegiati per sperimentare nuove forme di relazione tra patrimonio culturale, giustizia e società. In tale quadro, l’apertura controllata di alcuni spazi, il coinvolgimento dei ragazzi in attività di conoscenza, narrazione e cura del luogo, e la valorizzazione pubblica di questi complessi potrebbero contribuire non solo a migliorare la qualità dell’esperienza detentiva, ma anche a restituire alla collettività un patrimonio oggi marginalizzato, rendendo visibile il legame profondo tra architettura, memoria e processo rieducativo.

Prendersi cura dello spazio come modalità proattiva significa agire intenzionalmente per trasformare un ambiente, fisico o emotivo, in un luogo di benessere, crescita e autonomia, non limitandosi alla semplice manutenzione ma creando un contesto che supporti attivamente la vita e la salute.


[1] F. Giofrè, Minorenni in carcere. Progetti e percorsi ristretti per Casal del Marmo, Siracura, LetteraVentidue, 2025.

[2] R. Dubbini, Architettura delle prigioni. I Luoghi e il tempo della punizione (1700-1880). Milano, FrancoAngeli, 1986.

[3] G. Semprebon, Il Marchiondi, storia di un monumento brutalista. Domusweb, 19 aprile 2023, https://www.domusweb.it/it/architettura/2023/04/17/storia-istituto-marchiondi-edificio-brutalista-riapre-milano-design-week.html; cons. gennaio 2025).

[4] B. Zevi, I ragazzi non scappano in «L’Espresso», 2 marzo 1958

[5] D. Ruzzon, L’uomo di Alcatraz, Il Giornale dell’Architettura.com, Inchiesta: Emergenza carceri, https://inchieste.ilgiornaledellarchitettura.com/luomo-di-alcatraz/ (cons. 6 gennaio 2026)

[6] La ricerca cui si fa riferimento è stata condotta con un approccio interdisciplinare da un gruppo di docenti di Architettura della Sapienza Università di Roma, composto da architetti specializzati nella progettazione architettonica (Pisana Posocco e Filippo Lambertucci), nel restauro (Marta Acierno e Maurizio Caperna) e da un giurista (Pasquale Bronzo). Il lavoro ha inoltre potuto avvalersi del contributo di Susanna Marietti e Patrizio Gonnella, nonché dell’esperienza di Ettore Barletta. I risultati sono confluiti nel volume: P. Posocco (a cura di), Patrimonio recluso. Regina Coeli e le carceri storiche italiane, Siracusa, LetteraVentidue, 2025.

[7] M. B. Potte, Pourquoi protéger les prisons, in «Monumental», 1, 2018, pp. 18-22.

[8] La fondazione del monastero è documentata in A. Antonelli, V. Cassì, La Regola delle Clarisse del monastero dei Santi Ludovico e Alessio di Bologna in “Bollettino dell’Opera del Vocabolario Italiano”, XVII, 2012, pp-161-220; G.B. Guidicini, Cose notabili della città di Bologna ossia Storia cronologica de’ suoi stabili sacri, pubblici e privati, vol. IV, Bologna, Sala Bolognese, Forni, 1980 1872, pp. 303-4; G.B. Melloni, Atti o memorie degli uomini illustri in santità nati o morti in Bologna. Della classe di quei che da tempo immemorabile sembrano aver culto pubblico e titolo di Beati o di Santi con tolleranza della Chiesa, classe II, vol. II, Lelio dalla Volpe impressore dell’Istituto delle Scienze, Bologna, 1779, p. 70.

[9] La documentazione conservata presso l’archivio della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara mette in luce l’attrito, spesso mal risolto, tra le esigenze della tutela e la gestione dell’istituto penitenziario (ASABAPB, BOM 78 I, Risposta della Soprintendenza firmata dalla Soprintendente Lucia Gremmo, 21/11/1985; Computo metrico e stima, 1/08/1985).

[10] L. Artusi e A. Patruno, Gli antichi ospedali di Firenze, Firenze, Semper, 2000, pp. 215-222.

[11] La ricostruzione storica del complesso si è basata principalmente sulle seguenti monografie: R. La Duca, La città perduta. Cronache palermitane di ieri e di oggi, III, Palermo, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1975 pp. 39 – 41; M. Vitella, Il real Albergo dei poveri di Palermo, Napoli, Edizioni scientifiche italiane,1999; E. Dane’, Serie cronologica delle opere pie filantropiche, e stabilimenti filantropici di Palermo dal 1700 sin al 1876, Palermo, Tipografia Marsala, 1876; I. La Lumia, Palermo. Il suo passato, I suoi monumenti, Palermo, Antares, 2004.

[12] S. Vasquez, L’Istituto femminile di Airola e i suoi sistemi di rieducazione, “Roma”, 3 agosto 1960, p. 9.

[13] B. Discepolo, Nisida, l’isola. L’ambiente, l’architettura, i progetti. Napoli, Graffiti, 2001.

[14] O. Zerlenga, R. Iaderosa, M. Cicala, (2024) Il rilievo delle tracce: il torrione di Nisida. In: G. Islami, D. Veizaj, a cura di, Defensive Architecture of the Mediterranean XV to XVIII Centuries. Tirana, Universiteti Politeknik i Tiranës, pp. 5–12.